Non c’è Draghi senza Salvini – L’HuffPost

Agf

Mario Draghi e Matteo Salvini

Per effetto del caos grillino, Matteo Salvini si ritrova in mano la pistola con cui non adesso, ma al momento buono, potrebbe far fuori il governo di SuperMario. È una banale questione di numeri: tolti i 16 pentastellati ostili a Draghi, il centrodestra è decisivo in Senato; tutti gli altri insieme non farebbero maggioranza; o magari quota 160 verrebbe superata, però di pochissimo, con uno scarto talmente minuscolo che poi sarebbe un inferno governare. Per tirare avanti, è vero, basterebbe aggiungere i 52 senatori Forza Italia; e difatti qualcuno nel Pd continua a sperare che tempo qualche mese, con l’aiuto di Berlusconi, la Lega possa venire espulsa a pedate nel didietro e rispedita all’opposizione insieme con i Fratelli d’Italia. Il sogno a occhi aperti si chiama “maggioranza Ursula”, dal nome dell’alleanza Popolari-Socialisti-Verdi che ha eletto la presidente della Commissione Ue. Ma dobbiamo chiederci: davvero il Cav, per amore di Draghi, sarebbe pronto a pugnalare Salvini?

Soltanto un ingenuo potrebbe crederlo. Se avesse voluto (o potuto) sganciarsi dal Capitano, Zio Silvio l’avrebbe già fatto: sono remore che il personaggio non ha. Tuttavia gli esploderebbe il partito. Tranne Gianni Letta e pochi altri, tutti sgomiterebbero per accasarsi da Salvini, presso la Meloni e perfino con Toti. Berlusconi resterebbe da solo a girarsi i pollici nel villone di Arcore. Ecco perché la “maggioranza Ursula” non sussiste; ed ecco come mai chi ancora adesso insiste a proporla fa torto a Sergio Mattarella, e tratta il presidente da sprovveduto, come se nelle consultazioni al Quirinale e nei suoi mille contatti riservati il capo dello Stato non avesse provato a esplorare pure quella strada. A quanto risulta da fonti certe, l’uomo del Colle l’ha esaminata eccome, salvo trovarla sbarrata. Ha puntato su Draghi solo dopo aver preso atto che Berlusconi non avrebbe dato alcuna garanzia di tenuta: troppo altalenante, eccessivamente ondivago per poterci contare davvero. A quel punto meglio afferrare il toro per le corna e chiedere aiuto a Salvini. Così è nato l’appello presidenziale del 2 febbraio per un governo senza perimetro, senza formule politiche, senza maggioranze precostituite, senza nulla di tutto ciò che avrebbe tagliato fuori la Lega. Non un regalo ai sovranisti, ma una realistica presa d’atto che il mondo gira così.

Dunque Salvini, piaccia o meno, è grande azionista del governo Draghi; per effetto dello smottamento grillino ne detiene addirittura la “golden share”. Il giorno che decidesse di ritirare l’appoggio, gli basterebbe fare un fischio e il grosso Forza Italia lo seguirebbe. Andremmo a votare e ce lo ritroveremmo a Palazzo Chigi coi “pieni poteri”. Per adesso il leader della Lega sembra accontentarsi della ritrovata centralità che gli restituisce i riflettori mediatici dopo un anno trascorso dentro il cono d’ombra, a smaltire la sbronza del Papeete. Però ha sposato la causa di Draghi con il cervello e non con la pancia, con la ragione contro l’istinto da demagogo che gli diceva tutt’altro. Il suo revolver rimane lì, poggiato in bella vista sul tavolo, e induce a un paio di considerazioni. La prima: proposte come quella dell’Intergruppo (da mettere in piedi tra Pd, Cinque Stelle e Leu) sembrano immaginate apposta da qualche mente malata per stanare il Capitano e indurlo a premere il grilletto. Chi da sinistra spinge per una resa dei conti con Salvini rende un pessimo servigio a Draghi, perché rischia di trasformarlo in quei bersagli da Luna Park che, quando fai centro, ti premiano con il pesce rosso. 

Seconda considerazione: sulla destra Draghi ha un problema grosso così. Non è partito col piede giusto. La lista dei ministri ha lasciato strascichi di veleni con Berlusconi e dentro la Lega. Salvini sperava di entrare lui, o di stabilire un filo diretto col premier, di venire quantomeno consultato, ma non è successo. Nemmeno una telefonata, solo mail. E quando è stato vago sull’euro, per tenere a freno la sua base sovranista, l’ex presidente della Bce non ha perso un attimo per bacchettarlo. Il punto interrogativo è: quanto potrà andare avanti così? Se vorrà portare a termine la sua missione nell’interesse dell’Italia, evitando che si interrompa prima del dovuto, il premier dovrà ingegnarsi a trovare qualche “modus operandi” con la Lega, con il suo leader in particolare. Senza subirne i ricatti politici, le intemperanze populiste, le continue alzate d’ingegno, ci mancherebbe altro: agli occhi delle élite finanziarie, Salvini rimarrà per sempre il Truce. Giusto indurlo a maturare una coscienza europeista che finora non ha mai dimostrato. Eccellente idea quella di fare spazio a un uomo del Nord come Giancarlo Giorgetti. Ma senza l’arroganza di pretendere che Matteo si debba svenare gratis, cedendo voti alla Meloni in cambio del privilegio di dare una mano. Tenerlo a bada è cosa sacrosanta; trattarlo come “imbucato” sarebbe suicida.

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