Draghi, Giavazzi, le tasse e la Danimarca: come il premier può trovare i soldi per il taglio dell’Irpef – Today.it

Nel suo discorso in Senato sulle tasse e sul metodo Danimarca il presidente del Consiglio Mario Draghi ha “preso spunto” da un editoriale di Francesco Giavazzi pubblicato nel giugno scorso sul Corriere della Sera perché “quei concetti sono ampiamente condivisi”. Questa è la risposta data al Fatto Quotidiano da “chi segue la comunicazione del presidente del Consiglio”, ovvero Paola Ansuini, ex Bankitalia. 

Draghi, Giavazzi, le tasse e la Danimarca: come il premier può trovare i soldi per il taglio dell’Irpef 

La risposta non convince del tutto visto che intere frasi erano state prese dall’editoriale di Giavazzi ma l’autore non era stato citato, ma almeno grazie a questa storia, scoperta da Carlo Clericetti, possiamo capire meglio cosa vuole fare Mario Draghi con le tasse e cosa farà l’ex premier per la riforma del fisco che ha promesso come seconda priorità del paese dopo l’emergenza coronavirus e i soldi del Recovery Plan. Perché il professore ha fissato due punti fermi: 

  • “non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta”, e quindi Draghi cancellerà i bonus o, per meglio dire, non ne usufruirà per regalie ai cittadini (e l’ipotesi di blocco del super cashback ne è la prova); 
  •  “una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”, rispettando così il dettato costituzionale sulla progressività del prelievo. 

I due punti però dovranno essere armonizzati secondo il metodo Danimarca che è stato segnalato dal premier (e da Giavazzi): la riforma di Rasmussen valeva 30 miliardi di corone, circa l’un per cento del Pil. Il premier danese tagliò di sette punti e mezzo l’aliquota marginale, allora la più alta d’Europa (dal 63 al 55%) e cambiò gli scaglioni di reddito, alzando l’asticella del reddito per l’aliquota più alta di quasi 5.000 euro. L’effetto fu che 350 mila danesi non dovettero più pagare la tassa più alta. La riforma decurtò anche l’aliquota marginale più bassa di un punto e mezzo: ora ammonta al 36%. E la no tax area fu innalzata a circa 7.300 euro. Favorendo il ceto medio e sfavorendo i ricchi, visto che la progressività è rispettata e mano mano che si guadagna di più, si pagano più tasse. 

Ma in Italia il taglio dell’Irpef è un problema perché bisogna trovare i soldi per finanziarlo. E perché attualmente la giungla di detrazioni e deduzioni favorisce il cointribuente e quindi una riforma complessiva e semplificatoria potrebbe rischiare, per paradosso, di fargli pagare tasse in più. Il Sole 24 Ore riporta oggi l’esempio dello scaglione Irpef dei redditi da 28mila a 55mila euro all’anno.

Qui l’aliquota marginale passa dal 27 a1 38%, lo “scalone” denunciato da economisti e sigle di categoria nelle audizioni nell’indagine parlamentare sull’Irpef. Per i quasi 7,5 milioni di contribuenti che ricadono in questa fascia, il risultato è un’imposta lorda pari al 25,8%, che poi – in virtù delle detrazioni – si traduce in un’imposta netta del 20,9%.

Il quotidiano spiega che attualmente le aliquote Irpef vanno dal 23 al 43%, ma l’imposta effettivamente pagata dai contribuenti italiani non corrisponde quasi mai a queste percentuali, che vengono alleggerite dal funzionamento “per scaglioni”, ma anche – e con effetti molto diversi caso per caso – da deduzioni, detrazioni e cedolare affitti.

Cosa vuole fare Mario Draghi con le tasse e l’Irpef?

Poi c’è il problema dei tempi. La commissione danese ci mise un anno a partorire la sua relazione e alla fine propose un taglio del 5,5% dell’aliquota applicata ai redditi più alti e, tra il resto, un tetto molto basso alle detrazioni per gli interessi. Ma già da qui possiamo immaginarci due direttive che stimoleranno l’azione di Draghi. La prima sarà quella di intervenire finalmente su detrazioni e deduzioni con un taglio robusto e indifferenziato e la seconda sarà quella di prendere una strada alternativa tra due: quella di tentare di ridurre il carico fiscale complessivo o quella di mantenerlo inalterato. Questa seconda strada è la più impervia perché, come spiega lo stesso quotidiano, bisogna vedere se il Parlamento avrà la forza di sostenere un’operazione che si traduca in una riduzione del prelievo per la maggior parte dei contribuenti, anche a costo di far pagare qualcosa in più a qualcun altro. 

Certo, questo non è l’unico gruppo di possibilità che il governo Draghi potrebbe prendere in considerazione. L’economista Pietro Garibaldi oggi sulla Stampa ne suggerisce anche altre. Segnalando che ad oggi per la riforma fiscale immaginata dal nuovo premier non ci sono semplicemente i soldi (il vincolo fondamentale è che la riforma non può essere fatta in disavanzo, poiché il debito pubblico esiste, ha raggiunto quasi il 160 per cento del prodotto e va rimborsato), ma anche che potrebbero essere trovati in qualche modo. Quali? 

  • Una prima possibilità sarebbe quella di aumentare l’Iva e l’imposta sui consumi. Ogni punto percentuale di Iva corrisponde a circa 5 miliardi di euro. Bisognerebbe quindi aumentare l’Iva di almeno 3 punti percentuali.
  • Un’alternativa per finanziare la riduzione delle imposte sul lavoro sarebbe quella di reintrodurre l’imposta sulla prima casa, una delle più odiate imposte d’Italia.
  • Infine, le alternative residue riguardano un aumento delle tasse di successione e una qualche forma di imposta patrimoniale.

Ed è proprio su quest’ultima soluzione che Garibaldi ritiene la più adatta, insieme al taglio dei sussidi alle imprese come hanno fatto proprio in Danimarca. Ma c’è un problema politico che viene dimenticato: i partiti di centrodestra non potranno mai accettare un’impostazione che per tagliare le tasse sul lavoro ne stabilsca sul patrimonio. Perché gli italiani sono in gran parte proprietari di case e questo potrebbe costituire per molti un gioco a somma zero.

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Draghi: una patrimoniale per tagliare l’Irpef?

E questo anche se di recente persino il presidente della Corte dei conti Guido Carlino non si è dimostrato indifferente al fascino della tassa sui patrimoni: “Un nuovo prelievo patrimoniale appare auspicabile, ma serve una valutazione preliminare, riguardo alla caratteristica del prelievo, che da reale potrebbe essere trasformato in personale, considerando dunque tutte le forme di patrimonio ed eventualmente a base familiare anziché individuale”. E questo perché “I redditi compresi tra 28 e 55mila euro sono eccessivamente gravati dall’Irpef ed è quindi necessario procedere con una riduzione dell’onere fiscale su tale fascia”.

Non solo. Anche il capo del Servizio assistenza e consulenza fiscale di Bankitalia Giacomo Ricotti in Parlamento l’11 gennaio scorso si era detto favorevole a questa soluzione: “A parità di spesa pubblica ulteriori riduzioni del prelievo sul lavoro potrebbero essere finanziate attraverso un maggiore carico fiscale sui consumi e sulla ricchezza, considerato meno dannoso per la crescita”, ha affermato Ricotti. Secondo il pensiero economico più diffuso, riassunto molte volte da organizzazioni come l’Ocse, le tasse sui redditi vanno a colpire in misura maggiore i consumi e quindi la crescita rispetto a quelle sui patrimoni.

Draghi farà quindi la patrimoniale per tagliare l’Irpef? Il presidente del Consiglio non si è mai espresso in maniera positiva sul tema della tassazione dei patrimoni e nulla ci dice che la tassazione patrimoniale possa far parte del piano per il taglio delle tasse di Draghi. Ma bisogna però anche considerare che così quella di Draghi potrà essere soltanto una riorganizzazione con mini-tagli dell’Irpef visto che la riforma, in questa prospettiva, dovrebbe autofinanziarsi. E in ogni caso, anche in questa ottica ci sarebbero gli scontenti: coloro che si trovano nelle fasce di tassazione più alta. E anche loro votano. Quindi i partiti (soprattutto Lega e Forza Italia) sono interessati a non farli arrabbiare. Il rischio di uno stallo è concreto. L’alternativa è riordinare senza cambiare il carico fiscale. Ma tagliando le tax espeditures questo succederà lo stesso. Un bel problema. Per questo ci vuole una riforma “complessiva” delle tasse. 

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