La variante inglese è più contagiosa perché i positivi rimangono infettivi più a lungo – Corriere della Sera

La variante inglese B.1.1.7 è più contagiosa, si è calcolato di almeno il 50 per cento in più, e per questo motivo viene tenuta sotto stretta osservazione: perché capace di far impennare la curva della conta dei casi positivi in poche settimane. Adesso si scopre che potrebbe portare a un’infezione di durata maggiore, cosa che potrebbe spiegare il motivo della sua maggior trasmissibilità.

Durata media maggiore di 5 giorni

Uno studio dell’Università di Harvard ha misurato le infezioni e la loro durata in giorni e intensità di spargimento virale durante la fase acuta e ha confrontato la variante inglese con il lignaggio «normale». Hanno valutato i test PCR (tamponi) eseguiti in una coorte di 65 individui infetti da SARS-CoV-2, sottoposti a test di sorveglianza quotidiana, di cui sette soggetti infetti con B.1.1.7. Per gli individui infettati da B.1.1.7, la durata media della fase di proliferazione era di 5,3 giorni, la durata media della fase di eliminazione era di 8,0 giorni e la durata media complessiva dell’infezione (proliferazione più eliminazione) è stata di 13,3 giorni (con estremo superiore che arrivava a 16,5). Nel caso del ceppo originario di SARS-CoV-2 la fase di proliferazione media era di 2,0 giorni, quella di eliminazione media di 6,2 giorni e la durata media dell’infezione di 8,2 giorni, con la punta estrema superiore di 9,7 (si veda grafico sotto, ndr). La concentrazione massima virale invece era simile: per B.1.1.7 era 19,0 Ct (“Cycle threshold” – ciclo-soglia, ndr), rispetto ai 20,2 Ct del ceppo originario.

(fonte: Harvard Edu)
Le implicazioni sulla quarantena

Le prime ipotesi erano che la variante inglese fosse più trasmissibile per la maggior carica virale che induce negli infetti, invece potrebbe trattarsi di maggiore durata dell’infezione. Questo studio non è ancora pubblicato nè revisionato e su numeri piccoli, ma, se il dato fosse confermato, sarebbe clamoroso per le implicazioni pratiche e la gestione della malattia da Covid-19. Ogni applicazione di quarantena nel mondo si basa sul fatto che la contagiosità non ha mai superato i 14 giorni, con una media molto inferiore. Per questo l’isolamento è passato da 14 giorni a 10 giorni e in alcuni Paesi a 7 (dipende dalle leggi nazionali). Se l’infezione da B.1.1.7 fosse così lunga «da smaltire», significa che le persone contagiate, al termine del periodo di isolamento, potrebbero essere ancora in grado di contagiare e quindi al rientro in famiglia, scuola o lavoro, potenziali positivi ancora infettivi.

Rivedere le regole

In Italia isolamento e quarantena terminano dopo 10 giorni con test molecolare con risultato negativo. In caso di contatti stretti asintomatici però la quarantena può durare 14 giorni ed essere interrotta senza conferma da tampone (QUI le regole del ministero). La Francia ha dimezzato da tempo da quattordici a sette giorni la durata dell’isolamento per chi è risultato positivo al coronavirus e per chi è entrato in contatto con un soggetto infetto. A luglio negli Stati Uniti i Cdc (Centres for Disease and Prevention) hanno optato per una quarantena di 10 giorni dall’inizio dei sintomi, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda (in assenza di tampone) almeno tre giorni senza sintomi e, per gli asintomatici, un isolamento precauzionale di dieci giorni dopo il tampone positivo. Se per la variante inglese queste durate fossero troppo brevi, sarebbe necessario rivedere tutti i criteri per il rientro in società dellepersone positive e dei loro contatti.

21 febbraio 2021 (modifica il 21 febbraio 2021 | 13:20)

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La variante inglese è più contagiosa perché i positivi rimangono infettivi più a lungo – Corriere della Sera

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