Matteo Renzi e “la sua seconda vittoria storica”: a breve salta la testa di Domenico Arcuri? – LiberoQuotidiano.it

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Pietro Senaldi

Mancano un mese e sette giorni all’alba. Poi il commissario straordinario all’emergenza sanitaria sarà congedato con infamia dal nuovo governo. E sarà la seconda vittoria storica di Matteo Renzi, che aveva messo Domenico Arcuri nel mirino ancora più di Giuseppe Conte. Il manager calabrese porta infatti sulla giacca l’etichetta di Massimo D’Alema, il grande nemico al quale il rottamatore attribuisce buona parte delle proprie sventure politiche, legate più che altro alle guerre intestine che nella sinistra partono ogni due per tre. Nulla di ufficiale. Il premier Draghi non si è espresso. L’unico segnale, però pesante, è stato lo stop al progetto delle cosiddette primule, i tendoni petalosi dentro i quali il commissario avrebbe voluto vaccinare tutti gli italiani.

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Sarebbero costati oltre seicento milioni e SuperMario ha bloccato il bando come prima mossa del suo governo, definendoli «strutture non pronte», quindi inadatte quando bisogna stringere i tempi e affermando che, piuttosto, è meglio vaccinare la gente nei parcheggi. Pare che questo sia bastato ad Arcuri, che è tonto solo per finta e quando si occupa della salute degli italiani, ma a fare gli affari suoi è bravissimo, per capire che è il momento di preparare gli scatoloni. Draghi non ama le cose traumatiche. Ha appena riconosciuto a Conte l’onore delle armi sulla pandemia e far fuori il suo commissario su due piedi non è nel suo stile. Arcuri ha una data di scadenza naturale, il 31 marzo prossimo, quando il contratto finirà.

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Basterà non rinnovarlo e il gioco è fatto, senza polemiche né strascichi legali. Certo, ci costerà un altro mese di delirio vaccinale, ma il commissario ha da conservare la poltrona di amministratore delegato di Invitalia, l’Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’Impresa, sulla quale siede dal 2007, era d’alemian-prodiana, e non ostacolerà il corso degli eventi. Saranno poi cavoli di Giorgetti, al Ministero delle Sviluppo Economico, gestirlo. A rendere più naturale una deriva che comunque sarebbe stata necessario prendere ci sta pensando la magistratura, impagabile quando si tratta di sorvolare come un avvoltoio sul potere morente e ingraziarsi quello nuovo. Arcuri non è indagato, ma è notizia di questa settimana che sia nei guai un giornalista Rai di fede prodiana, per un giro sospetto di mascherine vendute a tre volte il loro valore dalla Cina e per 70 milioni di commissione finiti in yacht, orologi e auto di lusso. Il commissario dichiara di non conoscerlo, ma secondo i tabulati telefonici i due si sarebbero invece rapportati oltre 1200 volte in tre mesi, proprio quelli in cui il manager di fiducia di Conte acquistava in Oriente mascherine al prezzo di sciarpe di Armani. Anche in questo caso, bisogna interpretare le scarse parole del premier, che sull’indagine non si è espresso ma, parlando dell’emergenza sanitaria in generale, non ha mancato di sottolineare come «altri Paesi nella profilassi si sono mossi in maniera più rapida di noi e si sono procurati quantità adeguate di dosi».

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E considerato che il ministro Speranza resta al suo posto e che non ci saranno rivoluzioni nel Comitato Tecnico Scientifico, pare proprio che il cerino accesso sia rimasto nelle mani del Commissario. Arcuri lascerà così a fine marzo senza neppure essere riuscito a immunizzare tutti gli ottantenni, mentre in Gran Bretagna l’iniezione è stata somministrata a chi ha più di 75 anni già da dieci giorni. D’altronde, sparito Conte, il Domenico che ti fa sembrare lunedì ogni giorno della settimana non vanta più protettori politici; perfino Goffredo Bettini, il difensore d’ufficio dell’alleanza giallorossa e di tutti i suoi paladini pare averne mollato la difesa. È incredibile come perfino Draghi, pur ex presidente della Banca Centrale Europea, sia stato capace di puntare il dito sulle carenze dell’Unione Europea nell’approvvigionamento dei vaccini mentre invece il prode Arcuri non abbia osato farlo neppure per tentare di salvarsi la pelle.

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