Quelle stragi “per la libertà” che hanno sconvolto il Paese – ilGiornale.it

Figli che uccidono i genitori. Adolescenti, o giovani già in età adulta, che si trasformano in assassini feroci, cruenti, talvolta per futili motivi. Soldi, vendetta e drammi familiari irrisolti che degenerano in delitti efferati tra le mura domestiche, tra consanguinei. Una scia drammatica di vittime e carnefici, laddove il confine tra aggressore e aggredito diventa sempre più labile, si confonde, fino a dissolversi in una coltre purpurea che sfuma i contorni nitidi del ritratto di una “famiglia normale”, apparentemente perfetta. Raptus? Disturbi della personalità o rapporti conflittuali? Quale motivazione sottende un crimine così efferato e apparentemente inspiegabile? “Non c’è una sola causa ma molteplici. Per alcuni casi alla base c’è un disturbo psicopatologico importante – quasi sempre schizofrenia o psicosi – per altri invece possiamo parlare di comportamenti che non rientrano nella patologia psichiatrica. Mi riferisco agli adolescenti che si avviano verso l’età adulta e che non hanno ancora una personalità strutturata. Parliamo di soggetti immaturi, laddove per immaturità si intende l’assenza di morale, ovvero di quel principio che ci permette di accettare i divieti e le regole che fanno parte della convivenza tra individui, fuori o dentro il contesto familiare. In queste personalità ‘amorali’ domina il principio di soddisfacimento immediato del piacere, ragion per cui ogni minimo ostacolo alla realizzazione del desiderio diventa motivo di frustrazione. Dunque anche i genitori, che dettano le regole di comportamento – ‘studia, non frequentare cattive amicizie, eccetera’ – possono diventare un potenziale nemico da abbattere in quanto di ostacolo alla soddisfazione immediata di un dato piacere. A quel punto la rabbia e il risentimento prendono il sopravvento, fino a sfociare in terribili forme di massacro”, spiega a ilGiornale.it lo psichiatra Renato Ariatti.

Il parricidio

È uno dei delitti più atroci, umanamente incomprensibili e difficili di accettare. Ma il parricidio, cioè l’uccisione di un parente stretto, non è un evento legato strettamente alla contemporaneità. A rivelarlo come uno dei principali atti contronatura era stata la drammaturgia dell’Antica Grecia, che nella storia di Edipo raccontava l’omicidio del padre da parte del figlio. Nell’antichità la pena tipica per questo reato era quella del sacco, in cui il parricida veniva chiuso insieme ad animali “capaci di martoriarlo” e poi gettato in mare. Oggi nel Codice penale italiano non è previsto il reato di parricidio, che viene invece configurato come omicidio, è regolato dall’articolo 575 e “punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno“. All’articolo 576 sono previste delle aggravanti al delitto: quando l’atto è commesso “contro l’ascendente o il discendente o quando è adoperato un mezzo venefico o un altro mezzo insidioso ovvero quando vi è premeditazione“, si applica la pena dell’ergastolo. Questa circostanza viene chiamata “parricidio aggravato“, perché è definita da una serie di elementi. Altre circostanze aggravanti sono indicate all’articolo 577, in cui viene specificato che si applica la pena dell’ergastolo anche quando il delitto è commesso “contro l’ascendente o il discendente anche per effetto di adozione di minorenne o contro il coniuge, anche legalmente separato, contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona stabilmente convivente con il colpevole o ad esso legata da relazione affettiva“. Si tratta in questo caso di “parricidio semplice“. Un particolare tipo di parricidio è l’uccisione dei genitori da parte dei figli.

Storie di massacri familiari

Doretta Graneris, Pietro Maso, Erika e Omar. Sono alcuni dei nomi che per lunghi mesi hanno campeggiato sulle pagine di cronaca nera dei maggiori quotidiani nazionali. La prima, Doretta Graneris, 18 anni appena compiuti, fu autrice di una vera e propria mattanza, a Vercelli, nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 1975. Coadiuvata dal fidanzato dell’epoca, il 21enne Guido Badini, uccise a colpi di pistola 5 membri della sua famiglia: il padre, la madre, il fratellino di 13 anni e i 2 nonni materni. Confessò dopo 8 ore interrogatorio, rimediando, con il riconoscimento delle attenuanti generiche, una pena a 24 anni di reclusione per omicidio plurimo. Non meno scalpore ha destato successivamente la vicenda di Pietro Maso. Aiutato da tre amici, la sera del 17 aprile 1991, uccise entrambi i suoi genitori cogliendoli di soppiatto nell’abitazione di Via San Pietro, a Montecchia di Crosara, in provincia di Verona. Le intenzioni sarebbero state quelle di intascare l’eredità familiare “per continuare a fare la bella vita“, spiegò Maso agli inquirenti prima di essere condannato a 30 anni per omicidio volontario. Da ultimo, il caso di Erika De Nardo e Mauro Favaro, detto “Omar”, autori de “La strage di Novi Ligure” consumatasi la sera del 21 febbraio nella villetta al civico 12 di via Don Beniamino Dacrata, nella tranquilla cittadina in provincia di Alessandria. La coppia infierì con 97 coltellate in totale sui corpi di Susy Cassini e Gianluca De Nardo, rispettivamente la mamma 41enne e il fratello minore di Erika. Il 9 aprile del 2003, la Cassazione confermò la condanna a 16 anni di reclusione per la giovane De Nardo, 14 anni fu la pena inflitta a Omar, entrambe per omicidio multiplo premeditato.

“Se andiamo ad analizzare tutta una lunga serie di delitti in cui i figli uccidono i genitori, le motivazioni sono sconcertanti – spiega lo psichiatra Renato Ariatti – Pietro Maso uccide perché vuole godersi i soldi dei genitori. Ferdinando Caretta, riconosciuto poi gravemente patologico, uccide perché si sentiva ‘soffocato in famiglia’. Erika e Omar, di fronte a un amore contrastato, di fronte a un bisogno di libertà e autonomia, scelgono la strage. Doretta Graneris stermina la famiglia con il fidanzato per una questione di autonomia, sulla scia del desiderio incompiuto di libertà. Ci sono tutta una serie di situazioni che, a un certo punto, conducono alcuni adolescenti a soluzioni estreme dove non sempre possiamo imboccare la patologia psichiatrica. Anzi, questo è bene chiarirlo, non è l’efferatezza del crimine o l’abnormità del comportamento che inevitabilmente deve far desumere una patologia psichiatrica. Ci sono omicidi che vengono premeditati e finalizzati al solo scopo di ottenere una immediata soddisfazione del piacere personale, proprio come accade per molti degli adolescenti che uccidono i genitori”.

Il “giallo di Bolzano”: un altro caso di parricidio?

Sembrerebbe seguire lo stesso filone cronistico anche il “Giallo di Bolzano” dove, a fronte delle ipotesi formulate dagli inquirenti e dei reperti acquisiti sinora dai Ris, si starebbe profilando lo scenario di un tragico parricidio. Laura Perselli e Peter Neumair, una coppia di coniugi bolzanini, sarebbero stati uccisi e poi gettati nel fiume Adige la sera dello scorso 4 gennaio. Il figlio Benno Neumair, 30 anni, ne avrebbe denunciato la scomparsa soltanto 24 ore dopo, seppur condividesse con loro la villetta di via Castel Roncolo 22 a Bolzano. L’allarme ritardato del giovane ha insospettito gli investigatori che, sin da subito, hanno dubitato della sua versione dei fatti. Indizi, testimonianze e reperti raccolti all’interno della Volvo di famiglia, e sul ponte di Ischia Frizzi, hanno acceso la pista di un delitto familiare.

Il 29 gennaio Benno è stato arrestato con l’ipotesi di reato per duplice omicidio e occultamento di cadavere. Secondo l’ultima ricostruzione della procura, il trentenne avrebbe strangolato mamma Laura con una corda da arrampicata, attorno alle ore 18.45 di quel maledetto lunedì. Ancora prima si sarebbe accanito contro il papà mentre erano da soli in casa. Ma se il fiume Adige, circa due settimane fa, ha restituito la salma della 68enne, il corpo senza vita di Peter giace ancora sul fondale limaccioso del corso d’acqua. La verità potrebbe affiorare in superficie da un momento all’altro o essere trasportata altrove, lontano, dalla corrente fluviale. Il finale di questa drammatica storia è ancora da scrivere.

Dai “conflitti irrisolti” all’omicidio

Ogni caso è una storia a sé e le motivazioni che spingono un figlio all’assassinio dei propri genitori sono da ricercare nella storia personale di ogni individuo: “ci possono essere diverse variabili che possono portare all’omicidio di uno o entrambi i genitori”, ha spiegato al Giornale.it lo psicologo e psicoterapeuta Marco Pingitore, in passato consulente criminologo presso il Centro Giustizia Minorile di Catanzaro. Entrare nella mente dei figli che arrivano a uccidere i propri genitori è impossibile, perché si rischierebbe di generalizzare un fenomeno molto complesso. Ci sono però delle dinamiche ricorrenti, che possono spingere una persona a compiere un delitto contro i propri famigliari. “Molte volte dietro questi omicidi ci sono aspetti economici, legati a patrimonio o eredità”, spiega lo psicoterapeuta, ma in generale “la maggior parte dei casi sono situazioni in cui ci sono conflitti all’interno della famiglia, dinamiche relazionali disfunzionali, che portano alla decisione di commettere un omicidio”. Si tratta di una situazione carica di “conflitti irrisolti” e di dinamiche relazionali difficili, all’interno delle quali “si possono ipotizzare violenze”: in questi casi “per il figlio l’omicidio può diventare l’unica scelta possibile per liberarsi di un fardello”. Il figlio infatti inizia ad avvertire una sorta di insofferenza e frustrazione all’interno della famiglia e si isola, iniziando a compiere le prime azioni devianti, come l’uso di droghe o un cattivo rendimento scolastico. Se non si interviene in questa fase, la situazione peggiora e la frattura con i genitori diventa talmente incolmabile da fargli pensare che l’unica alternativa possibile per uscire da questa condizione sia l’assassinio. “Si tratta di un processo psicologico che lentamente sfocia nell’omicidio, ma ci troviamo di fronte a una scelta“, precisa lo psicoterapeuta. Non è quindi un’azione impulsiva, ma una decisione meditata e organizzata, tanto più che “non esiste il raptus in psicologia o psichiatria: è sempre una scelta quella di uccidere e commettere un omicidio del genere”. Fanno eccezione i casi in cui il figlio abbia un disturbo psichiatrico, sfociato in un atto aggressivo, che talvolta può corrispondere all’assassinio di uno o di entrambi i genitori. Ma generalmente questi omicidi non avvengono a seguito di un impulso istintivo. Per questo solitamente, al momento del delitto, la mente è lucida: “L’omicidio può essere preceduto da un conflitto, da un forte litigio – spiega ancora Pingitore – La persona però è sempre davanti a una scelta, altrimenti si rischierebbe di giustificare questi tipi di omicidi”.

Una volta commesso il delitto, i figli che hanno ucciso i propri genitori spesso attuano un particolare “meccanismo di difesa”: “Ci sono persone che rimangono fredde, solitamente c’è un distacco emotivo, una scissione dalla parte più emotiva che comporta il delitto per non crollare psicologicamente e ci vogliono giorni, mesi o anche anni per elaborare quello che è successo”. Alcuni soggetti ricorrono a questo meccanismo per difendersi dal rischio di lasciarsi andare: “Ci sono casi di giovani che hanno ucciso i genitori e poi sono andati in discoteca. Viene attuata questa scissione per non crollare”.

I segnali

Ma nel comportamento dei figli sono presenti alcuni segnali che possano indicare il rischio di un estremo gesto di violenza? “Sì, soprattutto se ci troviamo di fronte a un disturbo psichiatrico, con dei sintomi precisi”, spiega lo psicoterapeuta Marco Pingitore. Ma non solo. Indicazioni di un malessere, in realtà, si possono ravvisare in ogni situazione e molte volte si tratta proprio dei conflitti che emergono tra genitori e figli. Non sempre, però, questi indicatori vengono percepiti: “Ci sono sempre segnali – rivela l’esperto – il problema è saperli cogliere e sapere intervenire. Molte volte ci sono conflitti molto accesi, che però vengono sottovalutati. Per esperienza so che i conflitti sono quasi sempre sottovalutati”. Così facendo però “non si riesce a cogliere l’essenza critica di queste dinamiche relazionali disfunzionali e quindi si tende a minimizzare” quello che sta succedendo. In questo modo, non ci si rende conto di cosa stia accadendo davvero: “C’è un processo psicologico che lentamente porta in alcuni casi all’omicidio”. In alcuni casi il problema si manifesta con “l’esplosione della violenza”, aggiunge lo psichiatra Ariatti. “Tuttavia i cambiamenti di carattere possono essere un’indicazione, una spia. Un progressivo isolamento sociale, una chiusura con gli amici, una tendenza a rifuggire dai contatti amicali e relazionali, modalità improvvise di insubordinazione o di insofferenza che fino a quel momento non appartengono alla storia della persona, questi possono essere dei segnali che sta accadendo qualcosa. Talvolta si tratta di quella che chiamiamo comunemente ‘crisi adolescenziale’, che è fisiologica al percorso di crescita e non comporta alcuna devianza nello sviluppo. Invece per altri casi si tratta dei primi segnali di una patologia psichica o di una sofferenza da non sottovalutare“.

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