Coronavirus, l’ossessione della crescita non ha fermato i contagi. E ora si rischia l’oblio – Il Fatto Quotidiano

A un anno dallo scoppio della pandemia, il mondo occidentale dichiara dati della mortalità assai imbarazzanti. E un anno è anche trascorso dal mio primo post su questo argomento; un intervento a forte rischio di lapidazione, poiché scritto da un banale cultore della statistica degli estremi, del tutto inesperto di sanità, virologia, epidemiologia. Lo scrissi il 23 febbraio tra le montagne della Valle d’Ayas, dopo un mese di ricerche bibliografiche su un argomento che non conoscevo affatto, stimolato da quanto accadeva in Cina. E che mi spaventava.

Alla data di oggi, gli Stati Uniti denunciano 1,5 vittime ogni mille abitanti. Il Regno Unito 1,8; la Francia 1,25; la Germania 0,8. L’Italia ne piange 1,6. Ma, con 2,8 vittime, la Lombardia è non solo la regione con la mortalità più alta del paese, otto volte superiore a quella calabrese, ma anche tra le aree omogenee primatiste a livello mondiale. Per contro, in Cina le vittime sono solo 0,003 ogni mille abitanti; in India 0,12; nella Corea del Sud 0,03; in Giappone 0,05. Gli scenari pandemici più accreditati prefiguravano più di 5 vittime ogni mille abitanti in Estremo Oriente (India e Cina) ma meno di 0,5 negli Stati Uniti e nei paesi europei più sviluppati. Sta accadendo l’esatto contrario.

In estremo oriente non si è forse persa la memoria della Spagnola, che fece 6 vittime ogni mille abitanti in India, 7 in Giappone e Taiwan, 18 a Ceylon, 30 in Indonesia; e tra 8 e 20 in Cina, a seconda delle stime. L’evento fu globale, ma il suo impatto fu meno gravoso in occidente. Nel mondo occidentale, in uscita dalla Grande Guerra, le vittime furono 12 ogni mille abitanti in Spagna, 11 in Italia, 7 in Francia e Olanda, poco più di 6 nel Regno Unito, così come negli Stati Uniti, da dove la pandemia era partita.

Come racconta Laura Spinney, la gente fu talmente sconvolta dalla devastante esperienza della Spagnola che scelse di proteggersi cancellandone il ricordo. E, quasi ovunque, si decise di optare per il silenzio (Pale Rider: The Spanish Flu of 1918 and How it Changed the World, New York: Public Affairs, 2017). La stampa italiana, come emerge dagli archivi dei maggiori giornali dell’epoca, non diede grande risalto a quanto stava accadendo. E gli atti parlamentari mostrano la miseria delle interpellanze e l’imbarazzo delle risposte dei governi, come testimonia un recente studio di Pierpaolo Ianni (Cenni sulla pandemia “spagnola”: riflessioni su alcune fonti d’archivio parlamentari, MemoriaWeb: Trimestrale dell’Archivio storico del Senato della Repubblica, 30, giugno 2020).

Nel post del 25 febbraio 2020 scrivevo che “le simulazioni suggeriscono come misure drastiche per ridurre temporaneamente la mobilità urbana (dall’aumentare la percentuale dei viaggi in auto privata per ridurre le possibilità di infezione durante il viaggio, al coprifuoco) abbiano un impatto decisivo nel limitare la diffusione della infezione, riducendo la quota degli individui colpiti e la rapidità con cui l’infezione si propaga. Altrettanto efficace, se non più, si dimostra anche il blocco di ogni flusso da e per i principali poli di attrazione, identificati dalla statistica dei flussi che li raggiungono (grandi centri commerciali, edifici istituzionali, centri di servizio…)”.

Citavo uno studio teorico, condotto a Yerevan, la capitale dell’Armenia, una città con poco più di un milione di abitanti (Yeghikyan, G., Modelling the coronavirus epidemic in a city with Python. Are cities prepared for epidemics? towardsdatascience.com, February 4 2020). E avevo aggiunto “quanto sia importante la rete della mobilità nella dinamica di un focolaio urbano. Densità e mobilità della popolazione sono entrambe in rapida crescita; e la mobilità sostenibile è un obiettivo virtuoso che, per contro, espone la città ai cigni neri e ne può addirittura accrescere la vulnerabilità”.

Qualcuno, forse con ruoli di expertise decisionale, mi telefonò, un paio di giorni dopo. Avendo letto il post, si chiedeva dove avessi scovato quella bibliografia. Era opera di un giovane urbanista precario, attivo in un paese marginale come l’Armenia. Non era l’unico studioso a presentare scenari siffatti, ma l’unico, al momento, ad avere focalizzato la natura distribuita del contagio, il ruolo cruciale dei nodi e delle reti.

Nel mondo occidentale, questi suggerimenti hanno avuto poco ascolto o, se ascoltati, hanno avuto poca fortuna. Perfino gli esperti cinesi in italico pellegrinaggio che osarono porgere consigli troppo conservativi furono simpaticamente ringraziati e prontamente congedati. L’Occidente, l’Italia, la Lombardia, non hanno saputo prendere misure drastiche di contenimento, che la gente non avrebbe peraltro capito né condiviso. E neppure hanno avviato serie procedure di tracciamento, in nome di una privacy reclamata dappertutto meno che sui social.

Confinamento e tracciamento – declinati da India, Giappone, Corea del Sud, Vietnam e Cina in modo diverso tra loro, ma comunque efficace – hanno limitato le vittime. E, paradossalmente, hanno contenuto sia le perdite economiche, sia quelle sociali. L’Occidente, la cui risposta alla pandemia è stata imprigionata nella morsa della desolazione economica e della tragedia sanitaria, non ha saputo farlo. Quando tutto finirà, si rifugerà ancora una volta nell’oblio?

Già adesso, l’oblio pare un’attitudine abbastanza popolare tra gli occidentali, popoli che vivono l’ossessione della crescita, quella misurabile solo dal Pil. Senza preoccuparsi dei limiti, fisici e sociali, della crescita. Né del significato stesso di crescita. Una rinascita focalizzata sulla crescita, se inconsapevole di questi limiti, avrà un respiro assai corto. E sancirà l’egemonia della cultura orientale.

L’oblio è comunque una grande risorsa. Esso consentirà di nascondere le eventuali responsabilità delle classi dirigenti, di dissimulare le carenze culturali delle popolazioni, di mettere in discussione se la competizione sia il sale della vita, se l’utile sia l’unico obiettivo da perseguire a ogni costo, se il consumo sia l’unico traguardo da raggiungere. Per le generazioni future, il maggior pericolo non è il macigno del debito finanziario che Next Generation Eu porrà sulle loro spalle, ma la più subdola catena del debito culturale.

Una crescita focalizzata sull’esaurimento delle risorse della Terra potrà certamente ringalluzzire il Pil a breve, ma il rischio di danni irreversibili a medio temine è molto elevato. Senza la coscienza dei limiti della crescita, le nuove generazioni potrebbero farsi trovare nuovamente impreparate e indifese nei confronti delle pandemie prossime venture che molti scenari climatici mettono in conto. Non si tratta di una grida manzoniana, né di un pericolo fantascientifico ma, come ha scritto David Wallace-Wells, di un rischio reale, non affatto trascurabile e poco negoziabile (The Uninhabitable Earth, New York: Allen Lane, 2019).

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