Nel Nazareno assediato si pensa al congresso per bloccare Bonaccini – ilGiornale.it

«O il Pd cambia davvero o rischia l’estinzione», avverte Dario Nardella.

Le parole del sindaco di Firenze segnalano un malessere che si fa sempre più visibile, e che viene alimentato anche da sondaggi preoccupanti: secondo la media delle rilevazioni, realizzata da Termometro politico, il Pd sta scivolando sotto la soglia psicologica del 20%, più o meno ai livelli della sconfitta renziana nel 2018. E le cose non vanno certo meglio per il partito che la attuale leadership dem immagina come «alleato strutturale», ossia i Cinque Stelle, che non arrivano neppure al 15%. Mentre l’afasia dei giallorossi lascia ampio spazio al centrodestra e a Salvini, regalando loro il ruolo da protagonisti politici.

Così, dalle parti del Nazareno inizia a respirarsi la classica aria da lunghi coltelli che precede ogni resa dei conti. «Il fallimento del Conte ter e la nascita del governo Draghi non sono la sconfitta della politica: sono la sconfitta della una linea politica dell’attuale segreteria», dice Matteo Orfini. Al segretario Zingaretti viene rimproverato l’arroccamento perdente sul governo Conte, la «subalternità» all’ex premier e agli alleati M5s, e anche la questione femminile: il Pd è stato l’unico partito (insieme a Leu) a non aver indicato donne per i ministeri di Draghi. In questo clima, scende prontamente in campo l’iperattivo Goffredo Bettini, che torna a sollecitare un congresso: «Facciamolo quando si può fare. Sento un grandissimo bisogno di chiarimento nel Pd. Stappiamo questa bottiglia un poco compressa». L’idea di Bettini è che Zingaretti debba «giocare in attacco anziché in difesa», e affrettare le assise per ottenere una riconferma, assestando una sonora sconfitta ai contestatori. Un congresso in tempi stretti taglierebbe la strada, nelle speranze della Ditta, a candidati come l’emiliano Bonaccini, e a quella filiera di amministratori locali (di cui fanno parte sindaci come Gori e lo stesso Nardella, il milanese Sala e il barese Decaro) che vorrebbero spostare il Pd su un asse meno nostalgico e più riformista. «Bettini spera che fare subito il congresso voglia dire vincere ed emarginarci», dicono da Base Riformista, la minoranza di Guerini e Lotti. Ma il segretario si dà tempo fino all’Assemblea nazionale del 13 marzo per decidere il da farsi. Intanto i suoi coltivano i rapporti con Conte, che – visto che M5s non pare volerlo come leader -ha assicurato di volersi impegnare come «federatore» di un «nuovo centrosinistra» e di aver messo «al lavoro» i suoi (Ciampolillo e compagni) per costruire una forza «europeista e responsabile» da far alleare ai giallorossi.

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