Vaccini, produzione in Italia: l’idea di convertire i siti dove nasce l’antinfluenzale – Corriere della Sera

C’è una nuova ipotesi per produrre i vaccini contro il Covid anche in Italia. Ed è quella di convertire gli stabilimenti che preparano l’antinfluenzale. Se ne parlerà giovedì nell’incontro che il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha convocato con Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore. Ma sul tavolo c’è soprattutto l’altra soluzione, e cioè lo spostamento in Italia di una parte del processo produttivo dei vaccini. Con un gioco ad incastro che coinvolga anche altri Paesi. E con la regia della Commissione europea, che si farebbe carico del problema licenze. Per questo sempre giovedì ci sarà un consiglio Ue sulla competitività, con il commissario Thierry Breton.

Su tutte e due le ipotesi, «pur offrendo la massima collaborazione possibile», il presidente di Farmindustria invita però alla prudenza. In particolare sulla conversione degli stabilimenti per l’antinfluenzale: «La produzione parte tra un mese — spiega — fermarla ora significherebbe non avere le dosi necessarie in autunno. Un problema serio». Sullo spezzettamento della produzione in più Paesi, Farmindustria ha cercato le aziende disponibili, raccogliendo alcune adesioni di massima. Nelle settimane passate il governo precedente si era concentrato su due impianti, uno nel Lazio e uno nel Veneto. Ma il cerchio non si è ancora chiuso.

Secondo Scaccabarozzi, anche questo non è un percorso semplice: «Adattare gli impianti non è operazione immediata. L’altro giorno parlavo con un produttore di macchinari per l’infialamento, che non è certo la parte più complessa del processo. E mi diceva che con grande sforzo è riuscito a dimezzare i tempi di realizzazione. Ma da un anno è passato a sei mesi». In ogni caso il governo è intenzionato a spingere su questa strada anche perché di vaccini anti Covid, purtroppo, avremo bisogno anche nei prossimi anni.

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Intanto fa discutere il caso, all’attenzione dell’Inail, dei quindici infermieri che non si erano vaccinati contro il Covid e adesso sono positivi. Con l’Istituto orientato a non riconoscere in questo caso l’infortunio sul lavoro. Le stime della Fnopi, l’ordine degli infermieri, dicono che il 95% degli addetti ha aderito all’immunizzazione. Resterebbero fuori circa 13 mila persone. Giusto per loro non considerare il contagio infortunio sul lavoro?

Secondo Andrea Bottega, segretario del sindacato di categoria Nursind, «dipende dal caso specifico. Se ci sono motivazioni mediche certificate no. Se invece l’opposizione è solo ideologica sì». Per fare chiarezza definitiva, come noto, servirebbe una legge sull’obbligo vaccinale, almeno per le categorie più esposte. Ma in un momento di scarsità delle dosi è difficile anche solo parlarne.

22 febbraio 2021 (modifica il 22 febbraio 2021 | 22:31)

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