In Italia usata solo 1 dose su 10, ecco perché non si fa il vaccino – ilGiornale.it

Dallo sprint iniziale alle retrovie. L’Italia, ora, nella campagna di vaccinazione anti Covid si trova a rincorrere chi ha fatto meglio. E non sono in pochi. Basta dare uno sguardo al numero di dosi somministrate ogni 100 abitanti riportate da Our world in data. Quella degli Usa è 19,39, quella del Regno Unito 27,03, quella di Israele, ormai, 87,06. La media Ue è di 6,09. L’Italia, dopo aver guidato la classifica Ue nelle prime settimane di gennaio, con 5,9 dosi somministrate per 100 abitanti è dietro a Polonia, Slovacchia, Spagna, Francia e Germania. E la scusa dei continui tagli nelle forniture delle dosi, di cui l’ultimo scoperto ieri, non basta a giustificare il ritardo italiano. Perché la sforbiciata, di fatto, riguarda tutti i Paesi europei.

Da noi, finché si è trattato di vaccinare medici e infermieri dentro i 300 ospedali tutto è filato liscio. Ed eravamo i primi della classe. Poi, come sottolinea il Sole 24 Ore, con l’inizio della somministrazione di massa tutti i limiti organizzativi vengono a galla. E il 30% dei flaconi di siero resta nei frigoriferi. Perché? Il problema sta nelle difficoltà organizzative delle Regioni penalizzate dall’assenza di una pianificazione omogenea rimpiazzata da 21 piani regionali diversi. E tra moduli da scaricare e compilare, numeri da chiamare per prenotarsi, siti vari da consultare, la solita burocrazia infinita zavorra una campagna vaccinale che, invece, dovrebbe correre.

E vaccinare al di fuori degli ospedali – over 80, docenti, personale scolastico e forze dell’ordine – diventa un caos. C’è chi va troppo a rilento e chi è già avanti, ma non ha le dosi per il richiamo. E così più di una dose su quattro (il 30%) non viene usata. Su 5,2 milioni di dosi disponibili le somministrazioni sono quasi 3,7 milioni. In pratica, 1,5 milioni di dosi restano in stand by nei frigoriferi. Un po’ troppo per essere giustificato dalla necessità di accantonare i flaconi per il richiamo. Ma lo scenario, come dimostra il report in tempo reale sui vaccini somministrati, è molto diverso da Regione a Regione. Se la Valle d’Aosta ha somministrato oltre il 90% delle dosi disponibili Calabria, Sardegna e Liguria ne lascia quasi la metà inutilizzate. Ma lo spreco peggiora con il vaccino di AstraZeneca, che ha appena dimezzato le consegne per il secondo trimestre. Su 1 milione e 48mila dosi, finora è stata impiegata solo una dose su dieci. Sono solo 51mila i vaccinati con la prima dose del personale scolastico under 65 e 33mila quelli che appartengono alle forze armate. Un totale di circa 80mila dosi impiegate a cui vanno aggiunte qualche altro migliaio per le vaccinazioni di medici privati under 55.

Anche in questo caso a pesare sul ritardo è l’assenza di linee guida condivise. Si è passati da un piano nazionale sui vaccini generico declinato in 21 piani regionali. Con regole e tempi diversi. Il Lazio è molto avanti nelle vaccinazioni degli over 80 con il 20% dei grandi anziani già vaccinati. Ache la provincia di Bolzano, che con i tassi più alti di rifiuto tra medici e infermieri è passata subito agli over 80, è arrivata all’87,3%. La Toscana con l’81,9% ha un dato ben al di sopra della media nazionale del 70%. La Campania si assesta al 76,5%, l’Emilia Romagna al 74,7%, il Piemonte al 73,8%, il Lazio al 73,1%. Un po’ più indietro Lombardia (al 70,5%) e Veneto (al 68,3%). A fare peggio di tutti è la Calabria con il 55,3%. Ma va piano anche l’Umbria che, sotto scacco delle varianti, viaggia a un modesto 63%. Mentre la Liguria è ferma al 60,2%. Insomma, percentuali oscillanti, strategie organizzative caotiche e variegate da Regione a Regione, dove la burocrazia frena una campagna vaccinale già al palo. E ai tagli nelle forniture delle dosi ora si aggiunge il rischio di non riuscire a somministrare anche le poche disponibili. Oltre al danno anche la beffa.

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