Antonio Socci e la crisi del Pd: da anni ha abbandonato i ceti popolari per inseguire il potere e piegarsi all’Ue – LiberoQuotidiano.it

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Nicola Zingaretti si è dimesso dalla segreteria del Pd scrivendo: «Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza». Da 20 giorni? A Zingaretti – che peraltro di poltrone ne aveva due – qualcuno ha sarcasticamente risposto: «Di cos’ altro hanno mai parlato?». Ma al segretario dimissionario, secondo cui parlare di poltrone uccideva il partito, aveva già dato una terribile risposta preventiva anche il filosofo della sinistra, Massimo Cacciari: «Il Pd non è un partito, è un insieme di avanzi di partito il cui unico collante è il potere. Deve resistere al governo per esistere. Infatti dove non sono al governo, come in alcune regioni del Nord, vivono uno smottamento completo, hanno zero base sociale.

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Se salta l’alleanza con i 5stelle loro che fanno? Non hanno strategia, non hanno anima». In effetti appena è crollato il governo Conte è crollata anche la segreteria di Zingaretti e il Pd è precipitato nel caos. Il problema del Pd non è che si parli pure di poltrone, perché la politica è anche potere. Semmai il problema insorge quando c’è “solo” il potere che diventa «l’unico collante» di un partito, come diceva Cacciari. Non a caso il Pd sta al governo da anni, anche se nel 2018 ha toccato il minimo storico e l’ultima vittoria elettorale della sinistra risale al 2006. Com’ è stato possibile? Bisogna ricordare la storia recente dell’Italia e dell’Europa. Il peccato originale, per il nostro Paese, è stato l’aver scelto, da 30 a questa parte, la progressiva de-sovranizzazione del Paese (non cercate questo termine nella nostra Costituzione perché non c’è: però c’è nella realtà). Da allora avere il consenso della maggioranza degli italiani non è più stato sufficiente per governare. Infatti è diventato sempre più decisivo il “consenso” dei vari establishment internazionali, dalla Ue, alla Casa Bianca e ai Mercati. Al punto che in Italia si è arrivati – con il patrocinio straniero – a fare governi con il fine esplicito di non far votare gli italiani e personalità eminenti della scena pubblica hanno dichiarato apertamente che l’Europa non avrebbe permesso, per esempio alla Lega, di andare al governo in Italia perché non è sottomessa ai voleri di Bruxelles/Berlino.

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Basta ricordare Carlo De Benedetti a Otto e mezzo, nel dicembre scorso. La Gruber chiese cosa sarebbe accaduto se, con elezioni anticipate, il Centrodestra avesse vinto le elezioni trovandosi così a gestire la pandemia, il Recovery Fund e l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. De Benedetti tranquillamente rispose: «Non credo a questo scenario. Non si tiene conto di quale è la funzione dell’Europa. L’Europa non lo permetterà mai, in un modo o nell’altro, e so che questo verrà anche criticato. Ma comunque Salvini sa di non essere accettato in Europa». L’Ingegnere aggiunse che non era accettato nemmeno da Biden e concluse: «Per cui io questo pericolo che tutti vedete (e che riconosco, in base ai polls, sta nei numeri) io non lo vedo». In parte è stato smentito, perché anche l’establishment ha dovuto prendere atto che il governo Pd/M5S/Leu (minoritario nel Paese) era un disastro, e che – pur senza “concedere” le elezioni (si disse perché c’era l’emergenza) – era necessario che un nuovo governo guidato da Draghi avesse dietro di sé la maggioranza del Paese, quindi i partiti del Centrodestra.

Del resto l’Ue non è più quella di prima: c’è stato il QE e poi a causa del ciclone Covid ha dovuto ribaltare tutte le politiche che erano state contestate dalla Lega, prendendo la strada che proprio la Lega da anni indicava. Almeno per ora. In questa sospensione delle ostilità è nato il governo Draghi che riporta un po’ la difesa dell’interesse nazionale e – oltre ad aver tolto al Pd il monopolio del potere – lo ha proiettato in uno scenario del tutto imprevisto con la Lega al governo. La sinistra da anni aveva inseguito la legittimazione internazionale piuttosto che quella del voto degli italiani e voleva «delegittimare» come «antieuropeisti» gli avversari perché rappresentavano gli italiani.

Così quella sinistra ha abbandonato la difesa dell’interesse nazionale oltreché la rappresentanza dei ceti popolari, sposando le élite (con le loro politiche antipopolari) e sventolando le bandiere ideologiche mainstream. Da qui la crisi del Pd. Chi non ha una propria identità, ma è subalterno al pensiero delle oligarchie, si trova spiazzato e senza più ragion d’essere quando queste cambiano idee e strategie.

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