A difesa del Renzi d’Arabia – L’HuffPost

ALBERTO PIZZOLI via Getty Images

Street art images depicting the former Italian prime minister Matteo Renzi (R) handshaking with Crown Prince of Saudi Arabia Mohammed bin Salman, (L) created by Italian street artist Harry Greb decorate a wall in down town Rome on February 4, 2021. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE – MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION – TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo by ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images)

Le brutte intenzioni e la maleducazione. Matteo Renzi ha sicuramente sfogliato il libro, appena uscito, “Africa&Gulf. Atlante dei Paesi in crescita nell’era del coronavirus” (Mondadori Università) che gli ho inviato di fronte alla campagna pruriginosa (e violenta) tessuta per le sue relazioni amichevoli con l’Arabia Saudita, il paese traino dello sviluppo dell’area del Golfo e quello che più rapidamente ha intrapreso il cammino della transizione della propria economia interamente incentrata sui pozzi di petrolio. 

Una polemica pretestuosa. Su quello che Renzi deve dire, su quello che Renzi può fare. Renzi politico non può parlare con uno Stato tiranno,  Renzi non deve ricevere denaro dagli sceicchi e non c’è alcun rinascimento di Bin Salman da elogiare. Mentre i report lo confermano, i Paesi del Golfo (e quelli dell’Africa) saranno il baricentro dello sviluppo finanziario e commerciale mondiale dei prossimi anni.

Ignoriamo norme giuridiche che vietano a un politico italiano di farsi pagare, in modo trasparente, come Renzi fa, senza nascondersi, per tenere speech internazionali cui partecipano politici, non tutti ritirati dai consessi parlamentari. Raffrontare Paesi, leader, ex premier di sistemi elettorali e costituzionali diversi è un esercizio artificioso. Meglio sarebbe che l’Italia disciplinasse, sul modello americano, le lobby evitando ricami fuori forma, addensato di sotterfugi, pettegolezzi, travestimenti non politici di tanti politici, visite diplomatiche taroccate.

La predica sullo Stato tiranno, l’Arabia Saudita, e il principe spaccaferro con il quale Renzi non deve parlare è una astrazione metafisica. Se avesse un senso, quella che è una castroneria, vuol dire che la diplomazia politica e commerciale dell’Italia è cambiata dalla sera alla mattina. Vuol dire chiudere Milano, dove lo skyline è dei fondi sovrani qatarini. Vuol dire che gli altri Stati europei, Germania e Francia, extra Ue, la Gran Bretagna, il primo paese per presenza della Finanza Islamica, o gli stessi Stati Uniti il cui debito è in mano in parte ai fondi sovrani, sono inconsapevolmente ciucchi.  Vuol dire negare la globalizzazione come motore per far uscire dalla povertà milioni di persone e di conseguenza avviare percorsi, lunghi e accidentati (il fallimento delle primavere arabe) di democratizzazione. Ci basta quello che ha dichiarato il neo premier libico Dbeibah: italiani la Libia è casa vostra, con gli affari si ferma la guerra.

Si dirà le sanzioni. Ne abbiamo costatata l’inefficacia. L’inutilità. Primo perché agiscono sulla popolazione indigente. Quando c’era la guerra fredda, i due blocchi contrapposti economicamente, Comecon (Consiglio di mutua assistenza economia e commerciale, sciolto nel 1991) e Cee, la determinazione a non esportare nei paesi del Patto di Varsavia (Comecon), tecnologia suscettibile ad usi militari (esempio, il macchinario che fa il cingolato dei carri armati era lo stesso per inscatolare  fagioli) ha ridotto in povertà le popolazione dell’Est. Secondo perché le sanzioni, dopo la guerra fredda,  sono fatte per essere aggirate, dagli stessi paesi più moralmente intransigenti (si legga la Germania con la Russia).  

Nel merito dei Paesi del Golfo. E’ innegabile il ruolo di traino dell’Arabia Saudita a far uscire gli altri paesi dell’area legati all’integralismo islamico che si collega all’Iran (l’Arabia Saudita insieme a Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno riaperto i confini con il Qatar). La dico rapida senza ripercorrere le divisioni storiche e culturali delle famiglie religiose ma per far capire che gli standard di analisi di quei luoghi, dei comportamenti, delle intenzioni non sono paragonabili ai nostri. Banale. Vale la pena ricordarlo, per classificare nei dovuti modi cliché di analisi opposti che partono appunto dall’economia. Dalla Finanza islamica. Che non è il format cinese. Né tantomeno quello dei Paesi dell’Est dopo la caduta del muro, vittime del modello economico unico del Fondo Monetario Internazionale, fuori misura per una transizione indolore delle economie di stato. 

Renzi non ha detto nulla di stratosferico accennando al rinascimento dell’Arabia Saudita. Questo paese lo è di diritto. Soprattutto per i motivi sopra citati. La transizione di un’economia dedita totalmente al petrolio che trasloca verso investimenti prettamente finanziari in altri settori nel mondo. Paradossale, il paese dei barili di petrolio è già prontamente diventato il centro internazionale per le energie rinnovabili. Come si può pensare di non dialogare con paesi, con un’area di sviluppo, il Golfo, che ha in calendario la prima manifestazione commerciale della ripartenza del Continente, Expo Dubai 2021 (già Expo Dubai 2020), e i campionati mondiali di calcio in Qatar 2022? Ci sono appelli degli operatori commerciali per la solitudine in cui sono lasciati a cercare nuove opportunità d’investimenti. Conosciamo i limiti dell’Italia in proposito  a fronte di una richiesta straordinaria di made in Italy. Relazioni e ancora relazioni, sistema, cabina di regia ingredienti che al nostro Paese mancano. L’azione di Renzi rappresenta una testa di ponte. Gli operatori economici chiedono attivismo della politica di fronte all’agguerrita concorrenza tra stati. Istituire punti di riferimento. Aprire canali di comunicazione. E’ politica estera senza alcuna inclusione ideologica o aberrazione su chi può fare cosa e come.

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A difesa del Renzi d’Arabia – L’HuffPost

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