Cosa provoca le trombosi, parla Alberto Mantovani: il caso eparina. Vaccini e cure, la svolta è vicina? – Il Tempo

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C’è una “pista” sulle trombosi gravi riscontrate in rarissimi casi dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca e che hanno spinto Germania e Olanda, dopo la sospensione temporanea dell’Ema, a stoppare di nuovo il farmaco.  A fare il punto sui vaccini e sulle cure per il Covid è l’immunologo Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca.

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“Una nuova ipotesi potrebbe spiegare i rari casi di trombosi messi in relazione ad AstraZeneca” ora denominato Vaxzevria, ha detto al Corriere della sera il luminare che ammette che sui casi si è generata confusione. Ma è un “bene che si analizzino tutti i dati disponibili su possibili eventi avversi in giovani donne, a protezione della salute pubblica”.

I casi gravi di trombosi, spiega Mantovani, “osservati in relazione al vaccino potrebbero essere forse causati, secondo una recente pubblicazione, dalla formazione di autoanticorpi, come succede, in rarissimi casi, durante trattamenti con eparina: una condizione definita Vipt (Vaccine induced prothrombotic immune thrombocytopenia)”, fa sapere l’immunolgo che chiarisce: “Se confermata, l’osservazione potrebbe guidare la diagnosi e la terapia di questi, pur molto rari, eventi avversi”. 

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Eppure secondo l’Ema con AstraZeneca non si sono registrati aumenti della frequenza di tromboembolia, non osservati neanche in Gran Bretagna dove il farmaco è stato usato su milioni di cittadini. 

“In Humanitas abbiamo vaccinato oltre 22 mila persone senza problemi inattesi. Aspettiamo altri dati, ma tre giovani donne della mia famiglia si sono vaccinate con Oxford AstraZeneca e io sono tranquillo”, ha detto Mantovani che risponde alle domande più comuni sul vaccino. 

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Dice che “chi ha avuto il Covid deve vaccinarsi, però diversi studi dimostrano che è sufficiente una sola dose, cosa che, fra l’altro, farebbe risparmiare due milioni di dosi di vaccino in Italia”. La seconda dose “in generale, serve” per tutti. “Per quanto riguarda il vaccino Johnson & Johnson – spiega –  anche questo basato su adenovirus, i dati indicano una protezione del 77% dopo una sola dose, inferiore in Sudamerica e Africa, dove è intorno al 50%. Quanto a Sputnik V, anch’ esso su base adenovirus, i tassi sono apparentemente anche migliori ma i dati si riferiscono per ora a 27 giorni dopo la prima dose”.

In Gran Bretagna ha funzionato più il vaccino o le chiusure? “Credo che entrambe abbiano contribuito. Quanto ai vaccini lo abbiamo visto anche noi: nella prima popolazione che abbiamo vaccinato, cioè gli operatori sanitari, c’è stato un crollo delle infezioni. E serve il lockdown” per impedire al virus di circolare, dice l’immunologo. 

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Mentre i vaccini sono sulla bocca di tutti si parla meno delle cure per il coronavirus. “Ci sono stati purtroppo diversi insuccessi: per esempio vecchi antivirali, ivermectina, colchicina, la combinazione azitromicina-idrossiclorochina non hanno retto alle verifiche di sperimentazioni rigorose sebbene avessero dato speranze in studi osservazionali limitati a poche decine o centinaia di soggetti – spiega Mantovani –  In realtà non è strano perché questi studi possono avere valore se generano ipotesi, ma le ipotesi però vanno poi verificate in studi prospettici rigorosi, altrimenti si rischia di dare tossicità ai pazienti. Serve cautela, ancora di più se queste sperimentazioni non vengono pubblicate da riviste scientifiche accreditate. Un altro caso paradigmatico è stato quelle del siero iperimmune sul quale il National Health Institute americano ha sospeso la sperimentazione nei pazienti ambulatoriali per mancanza di efficacia”.

Poi c’è il caso del cortisone: “Il desametasone, e per estensione i cortisonici, si è dimostrato attivo su pazienti con insufficienza respiratoria e bisogno di assistenza respiratoria, mentre in altre condizioni i dati suggeriscono che possa addirittura essere nocivo”, mentre la vitamina D “ha fallito nello studio di verifica, anche se c’erano i presupposti razionali per condurlo, visto che è stata osservata un’associazione fra bassi livelli di vitamina D e un cattivo decorso dell’infezione. E sappiamo sia che la vitamina D spesso è carente negli anziani sia che è importante per il sistema immunitario. Chi ha bisogno, in generale, della vitamina D deve però continuare a prenderla”.

Speranze concrete arrivano dalle “interleukine 6 e 8 e l’enzima Jak che giocano un ruolo importante nei gravi fenomeni infiammatori che si verificano in corso di Covid. Aspettiamo i risultati di sperimentazioni rigorose in proposito”. E gli anticorpi monoclonali sono già più di una promessa. “Il sogno che tutti abbiamo è di disporre di una pillola come quelle per il virus Hiv, che riesca a tenere sotto controllo l’infezione, e ci sono composti in fase 2 di sperimentazione che ci danno motivi di speranza in questo senso. Se le cose andranno bene, per la fine dell’anno forse potremo avere un armamentario di strumenti studiati in protocolli seri fra i quali scegliere in base sia al paziente sia alla fase dell’infezione”. 

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