Stesso numero di malati pre stretta. La verità sui contagi in classe – ilGiornale.it

A guardare il grafico appare subito chiaro che il numero dei contagiati e il rapporto con i tamponi giornalieri non si sono scostati di una virgola. Siamo sempre lì a oscillare tra i 15 e i 20mila casi con un’incidenza che non si discosta mai tanto dal 6-7%. Eppure da domani torneranno in presenza in tutta Italia – anche nelle regioni in zona rossa – gli alunni delle scuole fino alla prima media. Il che non può che vuol dire che non è la didattica a distanza la soluzione giusta che il governo sta cercando per frenare i contagi. Come dimostrato dallo studio A cross-sectional and prospective cohort study of the role of schools in the SARS-CoV-2 second wave in Italy recentemente pubblicato sulla rivista Lancet, la curva monitorata dall’Istituto superiore di sanità non viene infatti spinta all’insù dalle lezioni in presenza ma da atteggiamenti non appropriati tenuti in altri luoghi. “Il problema non è la scuola – conferma al Giornale.it Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria – il problema sono il pre e il dopo scuola, a partire dai trasporti che portano gli studenti in classe“.

La situazione pre stretta

“La situazione non mi sembra diversa rispetto a quando è stata disposta la misura”, ammette a Repubblica Luca Mezzaroma, referente Covid-19 del liceo Kennedy di Roma. Certo, come spiega a Sky Tg24 giustamente Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), “rispetto a quando si è chiuso, è cresciuto il numero dei vaccinati, soprattutto tra il personale scolastico”. Un punto, quest’ultimo, che mette sicuramente al riparo gli insegnanti da un eventuale contagio tra i banchi ma che non andrà certo a blindare i più piccoli anche perché, come fa notare lo stesso Giannelli, “su screening degli studenti e trasporti non si sono registrati particolari passi avanti”. E quindi? Quindi, delle due l’una: o il problema è stato ingigantito un mese fa, quando si è deciso di chiudere ogni classe di ogni ordine e grado, oppure non c’è alcuna correlazione (come dimostrato dagli studi scientifici) tra l’aumento dei malati e la didattica in presenza. In entrambi i casi si può azzardare a dire, a distanza di un mese, che si è trattato di un passo falso. Per argomentare partiamo dai numeri che molto spesso sono più esaustivi delle parole. Andiamo alla settimana in cui l’esecutivo ha deciso di blindare gli studenti in casa. Il primo marzo si contavano poco più di 13mila contagi su 170.633 tamponi effettuati. Un’incidenza del 7,9%. Ma era lunedì e, si sa, il lunedì si contano sempre meno tamponi. L’indomani, infatti, su 335.983 test i malati di Covid-19 erano oltre 17mila (5,08%), mentre Il 3 aprile si arrivava a superare la soglia dei 20mila infetti su 358.884 (5,82%). Il 4 marzo, quando i positivi salivano a 22.865 su 339.635 tamponi (6,73%), il premier Mario Draghi aveva riunito d’urgenza l’esecutivo a Palazzo Chigi per affrontare l’emergenza sanitaria. “L’attenzione è massima, stiamo prendendo delle decisioni che incidono sullo stile di vita degli italiani e siamo ancora in una situazione di allarme, secondo i dati scientifici – aveva motivato l’ex Bce – il contagio potrebbe anche estendersi, non sappiamo quando raggiungeremo il picco”. Al termine dell’incontro avevano, quindi, deciso di chiudere tutte le scuole. Il primo giorno di lockdown scolastico si contavano oltre 24mila nuovi contagiati su 378.463 tamponi (6,35%).

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