Covid, allarme a Sabaudia: sono 87 i sikh positivi su 550 testati – Corriere della Sera

Allarme in provincia di Latina per il numero dei contagi: ieri, prima giornata dello screening di massa sulla comunità sikh, i positivi sono risultati 87 su 550 tamponi, circa il 16%. Un dato che preoccupa, valutato a lungo dal prefetto, Maurizio Falco, anche perché i malati devono essere condotti in due strutture individuate a Sabaudia per la quarantena: particolarmente delicati due casi rientrati dell’India il 16 aprile. I numeri indurrebbero la Asl a rendere Bella Farnia zona rossa, un’ipotesi che si sta considerando. L’obiettivo è scongiurare la diffusione del Covid nella «India pontina» che, tra regolari e irregolari, arriva a 30mila presenze. Il timore è che possa emergere la variante indiana: negative le prime analisi dello Spallanzani, ma l’«effetto Gange» fa paura, si attende con ansia il sequenziamento genomico.

Una fila composta, tanti gli spaesati, il capo comunità Dhillon Singh a mettere ordine insieme a un solo operatore in grado di parlare punjabi con le centinaia di connazionali che si sono presentati al residence Bella Farnia di Sabaudia. «Viene fatto un tampone antigenico – spiega la dottoressa Cristina Giambi – e nel caso di positività il molecolare di conferma. Si valuteranno poi i casi positivi candidabili alla terapia con anticorpi monoclonali». Nelle serre, nei campi e nei capannoni, intanto, il lavoro non si ferma anche con un’ infezione in corso, per timore di perdere giorni di paga. Racconta Harbhajan Ghuman, sfruttato per tanti anni come taglialegna, oggi operaio: «C’è troppo coronavirus, in un’azienda 50 casi. Il problema è che il padrone non ha dato mascherine e guanti». Molti hanno una storia terribile alle spalle, come Balbir Singh, bracciante 50enne, tenuto in schiavitù per cinque anni, sino a quando non ha trovato coraggio di denunciare i suoi caporali. «Ho vissuto mangiando gli avanzi – racconta – e mi lavavo con acqua fredda dove erano tenuti gli animali, mi dicevano che mi avrebbero ammazzato e messo in una buca se avessi denunciato. Adesso ho un permesso per motivi di giustizia e sono libero».

Il coraggio non è mancato nemmeno a Sing Jagjit, 43 anni: «Dopo anni ho denunciato, insieme ad altri, una grande azienda olandese. Venivamo pagati tre euro per cento mazzetti di ravanelli e la situazione è peggiorata con l’arrivo del caporale indiano. Vivevamo in otto in un appartamento, è stata dura, ma riuscivo a mandare sempre i soldi a casa. Oggi ho aperto una piccola azienda, “India Agricoltura”, lavoriamo due ettari di terra e aspettiamo il primo raccolto di pomodori e peperoni». Lavoratori infaticabili, spesso sistemati in veri e propri tuguri, che a fronte di una paga a cottimo o di retribuzioni orarie sui quattro euro, riescono a mandare denaro alle famiglie. Le rimesse di denaro verso l’India sono aumentate durante la pandemia: sono usciti dall’Italia 382 milioni nel 2020 (+22% rispetto al 2019), mentre 51,3 sono i milioni spediti da Latina secondo la Fondazione Moressa su dati della Banca d’Italia. Istituzioni e sindacati hanno cercato di mettere in protezione la comunità, ma fino a oggi lo sfruttamento prosegue in assenza di controlli adeguati. Le operazioni e gli arresti anti-caporalato sono costanti, ma la logica del profitto non si ferma, e non la blocca nemmeno la pandemia.

30 aprile 2021 | 07:26

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