Enrico Letta? Troppo rancoroso, perché il leader del Pd deve imparare dallo zio Gianni – LiberoQuotidiano.it

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Nicola Apollonio

Viene da chiedersi, a volte, se nelle vene di due persone, parenti stretti, scorra davvero lo stesso sangue e, se sì, com’ è che risultano essere tanto diverse tra loro nei tratti somatici, nei modi di comportarsi, nella maniera di esprimersi, nell’intendere la politica e finanche nella scelta di campo. Il primo ben saldo nel centrodestra, il secondo sulla tolda di comando del centrosinistra (ma più sinistra che centro). 

Gianni ed Enrico Letta sono zio e nipote, legati sicuramente da quel vincolo di sangue che tiene unita la stirpe, ma, sul piano degli intendimenti politici, sulla visione delle strategie utili a portare l’Italia fuori dalle secche di una crisi economica e sociale, affrontando tutte quelle debolezze che qualche volta non si vogliono vedere, giocano su due fronti diversi. Gianni è stato direttore del Tempo, succedendo al fondatore Renato Angiolillo, e poi – sempre con la testa, il cuore e lo sguardo in una posizione da liberale autentico – ha vestito i panni di un Richelieu di Berlusconi, mentre Enrico diventava il Mazzarino di Prodi. Gianni è fedele, riservato, cordiale, sobrio, forse l’ultimo dei grand commis di Stato e piace persino a sinistra. Enrico è sicuramente intelligente come lo zio, ma è retorico, rancoroso, superbo, e non piace affatto alla destra. 

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IL NARCISISMO
Enrico non lo dà a vedere, ma la ribalta – a differenza di Gianni – gli piace eccome. Quando è davanti a una telecamera, punta lo sguardo dritto sull’obiettivo, premuroso di entrare con le buone o con le cattive nelle case degli italiani, ignorando perfino il cronista che lo interroga. Da quel che si racconta, pare che non abbia ancora digerito quel laconico «Enrico stai sereno», pronunciato da Matteo Renzi (all’epoca segretario del Pd) alla vigilia di fargli recapitare lo sfratto da Palazzo Chigi, dove il nipote di Gianni si era sistemato come presidente del Consiglio. La cosa buffa è che, proprio il giorno che divenne capo dell’Esecutivo, uno dei sette zii di Enrico, Cesare, uomo di poche parole e forse pure l’unico della famiglia a non possedere doti diplomatiche, si era avventurato a dire che «Enrico ha una gatta da pelare grossa come una montagna», e gli augurava di durare «almeno un anno». Nemmeno il mago Merlino, perché quell’esperienza terminò dopo soli 10 mesi. 

Povero Enrico! Mise il broncio, rinunciò al seggio parlamentare e giurò urbi et orbi che avrebbe abbandonato la politica, che sarebbe tornato a fare il suo lavoro di professore. Mica in Italia, dalle parti di casa sua in Toscana, no no, se ne andò all’estero, a Parigi, emigrante di lusso a fare «un’altra vita e un altro mestiere», dapprima docente e poi direttore della prestigiosa Scuola di Affari internazionali dell’università Science Po. Così, come vuole un vecchio adagio («lontano dagli occhi, lontano dal cuore»), non si trovava praticamente più nessuno fra quelli che lo avevano sfiduciato il 22 febbraio 2014 come presidente del Consiglio capace di immaginare un possibile ritorno del “figliol prodigo”, com’ è poi accaduto, addirittura come capo politico del Pd, al posto del dimissionario Nicola Zingaretti. 

VOGLIA DI RIVALSA
Ma, si sa, la politica è un po’ come i giochi di prestigio che si fanno al Circo: c’è sempre qualcuno che spunta all’improvviso dal fondo di un cilindro. L’importante è che l'”unto del Signore” abbia la capacità di trasformare in fatti concreti ciò che si trova scritto nel libro del profeta Isaia: «Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola». 

Be’, andiamoci piano: non è che si vuole pretendere da Enrico Letta la moltiplicazione dei pani e dei pesci, questo è un compito che spetterebbe semmai al premier Mario Draghi. Però, dal nipote del più misurato Gianni ci si aspetterebbero quantomeno dei comportamenti e dei pronunciamenti un tantino più equilibrati, meno aggressivi nei confronti degli avversari politici. Non è che l’aria di Parigi sia servita a fargli montare la testa? Parla di immigrazione e di ius soli con tale ostinazione che dalle sue parole e dai toni traspare la voglia di voler mandare all’aria addirittura il governo, il solo in grado di farci sperare in un futuro diverso, sicuramente migliore per i nostri ragazzi, e questo per fare soltanto un dispetto a Salvini e al centrodestra. 

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Ma si può? È bravo, Enrico Letta, a nascondere dietro una faccia da bravo ragazzo tutta l’acredine che cova in seno contro chi non gli mostra riverenza e contro chi lo ostacola sulla strada di un improbabile successo politico. Ed è bravo ad afferrare al volo qualsiasi occasione utile per rimontare in sella, per avere la possibilità di fargliela pagare a chi, nel passato, lo aveva tradito, cioè a molti dei suoi compagni di partito che nel 2014 lo cacciarono da Palazzo Chigi. Ora, pancia in dentro e petto in fuori, come nelle migliori tradizioni dei militari in parata, si trova alla testa delle truppe Dem e, con tono da marchese Del Grillo, ammonisce: «Io so’ io, e voi non siete un c…o».

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