Draghi (per ora) non mette le mani sulla Rai – L’HuffPost

Mario Draghi, fanno sapere fonti degne di questo nome, non ha intenzione di accelerare sul ricambio dei vertici Rai. E affronterà il dossier secondo le scadenze previste, a fine giugno, quando dovrà nominare il nuovo presidente e il nuovo amministratore delegato. E questa, dopo il putiferio del Primo Maggio, è una notizia. L’altra notizia è che la non accelerazione non è dovuta tanto alla volontà di far decantare il clima, sbollire gli animi, per poi trovare a bocce ferme una “quadra” con i partiti della maggioranza. Ma al fatto che, semplicemente, l’urgenza non è avvertita come tale, e comunque non superiore alle altre di questo faticoso periodo: la scelta avverrà in totale autonomia, secondo un calendario delle nomine già abbastanza fitto e complicato: Cdp, Saipem, società di Ferrovie.

Evidentemente – deduzione del cronista – in questa gestione non emergenziale del dossier, c’è l’estremo realismo di chi sa che, in fondo, la realtà è riformabile, ma solo fino a un certo punto. Non ci voleva Fedez per scoprire l’acqua calda e non basta l’indignazione, vera o presunta che sia, per mutare un andazzo che, in fondo, ha fatto comodo a tutti. Perché certo il governo può nominare manager “autorevoli”, “di alto profilo” e di provata esperienza, il che non è poco, ma che il nodo dei nodi è chiamato a scioglierlo la politica, cosa che ha già rinunciato a fare, nonostante il profluvio dichiaratorio delle ultime 48 ore e l’apparente, sentita, indignazione. Tutti scoprono adesso (leggi qui Mattia Feltri) che la Rai è lottizzata, che c’è lo strapotere dei partiti e che questo strapotere ha cancellato spazi di libertà, facendo prevalere le famose “opportunità di contesto”, eccetera eccetera. Però questo non è il frutto di un destino cinico e baro o di un’inclinazione soggettiva: è il risultato di un meccanismo oggettivo di governance, stabilito con la Gasparri e confermato dalla riforma di Renzi, perché la Rai è l’unica azienda di Stato in mano alla politica che ne è padrona (editore, se preferite assoluta). Per “cacciare i partiti dalla Rai”, o quantomeno per limitarne strapotere e arbitrio, l’unico sistema è cambiare la governance.

Basterebbe calendarizzare uno dei tanti disegni di riforma già depositati in Parlamento e discuterlo. C’è la riforma ripresentata da Valeria Fedeli e Andrea Orlando che sostanzialmente ripropone la riforma di Paolo Gentiloni sul modello Bbc, in cui la proprietà, nonché la scelta delle strategie e dei vertici operativi sia affidata a una Fondazione che sia “garante dell’autonomia del governo del servizio pubblico e della sua qualità”. C’è il ddl Fornaro che prevede un sistema societario duale: un Consiglio di sorveglianza con compiti di pianificazione e controllo e un Consiglio di gestione con compiti strettamente esecutivi. Il ruolo dell’azionista, il Mise, risulterebbe limitato, mentre resta invariato il ruolo di indirizzo e di vigilanza della Commissione parlamentare. C’è la proposta depositata da Primo De Nicola (Cinque Stelle) non dissimile dal modello della “fondazione”. Giacciono in parlamento da anni. Però non vengono calendarizzati, nemmeno dopo l’indignazione collettiva del Primo Maggio. Anzi, tutti devoti a Nostra Signora dell’Ipocrisia, gli stessi che invocano la riforma si apprestano a nominate i vertici con le vecchie regole e una volta scaduti i termini di presentazione delle candidature al consiglio di amministrazione.

Per una strana ironia della sorte i termini di presentazione dei candidati al prossimo cda scadevano venerdì scorso, proprio il giorno prima del Concertone, e l’elenco è arrivato proprio oggi alle presidenze di Camera e Senato. Dire “metteremo figure di altro profilo” più che un impegno è un auspicio: si deve cioè sperare che in quegli elenchi già chiusi non ci siano sono autorevoli esponenti del sottobosco partitico e politici alla ricerca di una seconda giovinezza. Tra parentesi: il Parlamento ne deve nominare quattro e – non ci vuole una Cassandra – finirà che sarà eletto uno per partito di appartenenza o vicinanza. È la stessa ipocrisia di chi dice “fuori i partiti dalla Rai” dopo aver nominato gli attuali vertici o pretende le scuse per quel che è successo senza però chiedere le dimissioni di quelli che ha nominato.

E allora, breve guida al lettore. Chi fa sul serio potrebbe: chiedere di calendarizzare i disegni di legge entro l’estate, per discutere la riforma; chiedere un bel dibattito sui fini e sulla missione del servizio pubblico in Parlamento, da trasmettere al paese magari in diretta Rai; da quella missione far discendere i nomi perché nomina sunt consequaentia rerum e non viceversa; e, magari anche chiedere, per favorire il cambio, al presidente della Rai di convocare l’assemblea degli azionisti per approvare il bilancio. Qualcuno fa sul serio?

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