Si guarisce davvero dal virus? Storie choc del post-Covid – ilGiornale.it

Emma fa fatica ad alzarsi dal letto, Paolo per respirare si attacca all’ossigeno, Giulio cammina a malapena. Claudia non si ricorda cosa ha detto dieci minuti prima. Per Marta seguire la trama di un film o di un libro è diventato impossibile. Casi diversi, sintomi diversi, ma una cosa in comune: tutti hanno fatto il Covid e non riescono a uscirne. Sono gli affetti da quella che viene definita sindrome da post Covid-19. Un fenomeno ancora da studiare e di cui si parla poco, ma che riguarda 7 su 10 dei sopravvissuti al Sars-Cov-2.

Lo sa bene Matteo Tosato, responsabile del “day hospital post-Covid” del Policlinico Gemelli di Roma, che da dal 21 aprile dell’anno scorso monitora e cura i guariti dal Covid che stanno ancora facendo i conti con gli strascichi del virus. “Ho iniziato a vedere una serie di casi di persone guarite con persistenza di sintomi – spiega Tosato a IlGiornale.it – già a due mesi dall’inizio della pandemia. In media, dopo la fase acuta della malattia solo il 20% delle persone si definisce guarita. Per gli altri i sintomi continuano. Dalla classica fatigue, quella stanchezza cronica che impedisce di portare a compimento le attività normali, a dispnea, mal di testa, mialgie, artralgie, disturbi dell’attenzione, disturbi della memoria, ma anche alterazioni a livello polmonare e cardiaco. Il 30% manifesta disturbi da stress post traumatico. Poi c’è chi ha un disturbo di ansia, di insonnia, chi non respira, chi non riesce a camminare”.

Non esiste un identikit preciso di chi è affetto da sindrome da post-Covid. In genere colpisce l’80% dei guariti nella loro zona fragile. Chi il cuore, chi i polmoni, chi le articolazioni. I disturbi si manifestano in chi è stato ricoverato, ma anche in chi ha sviluppato forme lievi o asintomatiche. E l’età non è un fattore discriminante. Anzi. “I sintomi – aggiunge Tosato – si riscontrano maggiormente nei giovani rispetto agli anziani. La riduzione della qualità della vita è molto significativa nella fascia di età tra i 35 e 55 anni mentre lo è molto poco nella fascia di età superiore ai 70. Il caso più grave che sto seguendo è, infatti, una giovane infermiera 35enne di Codogno che, a distanza di un anno dalla malattia, presenta ancora una sintomatologia importantissima”.

Quasi tutti giovani sono anche gli iscritti al gruppo Facebook “Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto. Sindrome Post Covid #LongCovid”. Scorrendo la pagina creata da Morena Colombi, storie di guarigioni mancate si accavallano alla frustrazione costante di non capire perché il virus non molli la presa.
La sindrome da post-Covid, infatti, è un fenomeno trasversale di cui non si conoscono ancora le cause scatenanti. “Sono tantissime le spiegazioni plausibili ad oggi in fase di studio. Sicuramente – dice il professore del Gemelli – alla base c’è il quadro infiammatorio che la malattia induce e che perdura, determinando uno stato di allerta continuo nel nostro organismo. Che poi si manifesta con diverse problematiche a livello coagulativo, microvascolare o autoimmune”.

E lo scenario eterogeneo non fa che complicare le cose, ritardando diagnosi e terapie nei pazienti da recuperare. “Noi – spiega Tosato – stiamo richiamando persone viste nell’aprile 2020 e una quota minima presenta ancora gli stessi sintomi a un anno di distanza. Dopo una prima fase di valutazione ora cerchiamo di individuare un trattamento mirato per i singoli problemi riscontrati. C’è chi ha bisogno di una rieducazione allo sforzo fisico, chi di alcune terapie a livello polmonare e chi di un supporto neurologico o psichiatrico”.

Tra di loro c’è Emma, insegnate quarantenne di Crema. “Ho preso il Covid – racconta Emma a IlGiornale.it – durante la seconda ondata, a novembre dell’anno scorso. Mi ricordo bene. Il 10 novembre mi sveglio, bevo il caffè e non sento più nessun gusto. Da lì ho capito subito. In circa un mese mi sono negativizzata. Ma i problemi sono iniziati una ventina di giorni dopo. Mano a mano la stanchezza invece di diminuire aumentava fino a impedirmi di stare in piedi. Oggi dopo cinque mesi faccio fatica ad alzarmi dal letto per andare in bagno o in cucina. Ancora non sento i sapori, di notte non dormo e durante il giorno mi trascino in uno stato confusionale perenne che mi impedisce di riavere la mia vita di prima”.

Anche per Marta, impiegata 45enne di Siena, il problema è quella “nebbia mentale” che non va più via. “Da otto mesi – ci dice Marta – non riesco nemmeno a seguire la trama di un libro o di un film. Tutto si confonde”. Per Claudia invece il problema è la memoria. “Un mese dopo la guarigione – confessa l’anestesista 52enne – un mio collega mi fa notare che gli stavo ripetendo le stesse cose dette dieci minuti prima. Da allora ho continui blackout della memoria recente. Mi capita di fare o dire qualcosa per tre volte di fila. Così mi riferiscono, perché io non me lo ricordo”.

Qualche volta il virus, però, non scava voragini soltanto nel ricordo. “A 41 anni – ci racconta Paolo, infermiere di Como – per diversi mesi dopo la malattia mi dovevo attaccare alla bombola dell’ossigeno per respirare. Ora, oltre che con la fame d’aria a fare qualsiasi sforzo, devo fare i conti con lesioni importanti al tessuto cardiaco, tachicardia, dolori fortissimi alle gambe, ma soprattutto con la sensazione che non tornerò ad essere quello di prima. Prima del Covid”. La stesso vale per Giulio, 55 anni, ex calciatore. “Quando mi sveglio al mattino ho la sensazione di essere paralizzato. Dopo sei mesi, sono ancora qui a far fatica per alzarmi, coordinare i movimenti e non cadere”.

Emma, Marta, Claudia, Paolo, Giulio fanno parte di quei tanti guariti dal virus in cui gli effetti neurologici persistono o si manifestano anche dopo la fase acuta della malattia. “Nel 40% dei negativizzati – dice a IlGiornale.it Stefano Pallanti, docente di psichiatria e scienze del comportamento all’università di Firenze e alla Stanford University, esperto di “neuro Covid” – abbiamo riscontrato quelli che generalmente vengono identificati come sintomi neurologici della malattia. Si va dai più noti, come perdita di olfatto e gusto, ai più gravi, come encefaliti, ictus e crisi epilettiche. Non solo. Abbiamo cominciato a vedere altri sintomi in soggetti che prima del Covid non avevano mai avuto problemi neurologici o psichiatrici. Li abbiamo raggruppati in un questionario che usiamo per facilitare la diagnosi. Tra i 30 più frequenti troviamo disturbi della coordinazione motoria, disturbi percettivi, dolore diffuso o localizzato, difficoltà cognitive, riduzione di forza o fatica, disturbi del sonno, tremori, tic, alopecia, difficoltà a deglutire, a respirare”.

Sintomi diversi per un iter che si ripete. Tutto inizia in maniera sommessa come strascico convalescenziale. Poi questi sintomi, invece di ridursi, vanno via via aggravandosi. E la cosa peggiore per questi pazienti è che, a disturbi invalidanti, si aggiunge la frustrazione di non essere creduti. Oltre al rischio di sottoporsi alle terapie sbagliate. “Il problema – sottolinea Pallanti – è che in questi soggetti spesso i test neurologici sono negativi e il neurologo tende a non considerare obiettivo quello che il paziente riferisce. Per cui la maggior parte viene psicologizzanta e indirizzata alla psicoterapia. Quando in realtà sono gli effetti del Covid. E la conseguenza è che si va avanti senza trovare una cura adeguata a sintomi che continuano persistere”.

Queste casistiche riguardano solo persone con problematiche croniche, mentre, come nota il dottor Tosato, non sappiamo di casi che hanno sviluppato disturbi acuti e magari sono stati ospedalizzati. Un dato preso in esame da un team di studiosi inglesi. La ricerca pubblicata su The British Medical Journal mette a confronto 47.780 soggetti guariti dal virus e dimessi durante la prima ondata con la fascia della popolazione generale corrispondente per età, sesso, etnia e fattori di rischio. In chi è guarito si moltiplicano le probabilità di sviluppare problemi respiratori (6 volte di più), cardiovascolari, malattie epatiche e diabete. Non solo. Il 29,4% dei pazienti ospedalizzati per Covid entro 3-4 mesi ritorna in ospedale e di questi il 12,3% muore.

“E si tratta – commenta Tosato – di dati limitati a chi è stato ospedalizzato, mentre restano fuori tutti gli altri che non sono stati ricoverati e sviluppano delle sintomatologie croniche. Nella maggior parte scemano in 4-5 mesi. Ma in molti casi, se non curate, persistono anche dopo un anno. Nel mio day-hospital sono al completo con gli appuntamenti fino alla prima settimana di settembre e devo rispondere ancora a oltre 3 mila mail di pazienti che mi chiedono di essere presi in cura. Questo è lo specchio reale della situazione. Il Covid acuto lascerà un’eredità ‘lunga’ che sarà dura smaltire se non riusciamo a capire come aiutare queste persone a uscirne”.

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