Variante inglese, brasiliana, sudafricana: diffusione in Italia, età più a rischio, efficacia vaccini. Tutto quello che c’è da sapere – ilmessaggero.it

«Mai perdere di vista il problema delle varianti, perché è facile che il Covid diventi endemico come l’influenza e che come l’influenza richiederà un vaccino stagionale con un aggiornamento sul fronte delle preparazioni vaccinali». Quello del virologo Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive dell’ospedale di Pisa, è solo uno dei tanti avvertimenti che gli esperti lanciano in queste settimane a proposito delle “temibili” varianti, e ormai è chiaro che bisognerà sempre chiedersi quali saranno le varianti predominanti e quale sia l’attività dei vaccini a disposizione offerti nei confronti di queste varianti. «La situazione legata alle nuove varianti è tale da rendere importante riuscire a vaccinare anche al di sotto dei 16 anni – osserva Massimo Galli, direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano – È abbastanza palese che la variante inglese, principale in circolazione, ha una incresciosa capacità di diffondersi anche tra i bambini. Questo non implica, per nostra fortuna, che si ammalino gravemente, ma fa dei bambini un serbatoio del virus, dove può continuare ad evolvere. Per questo serve bloccarne la diffusione anche in quella fascia di età. Per farlo, però, bisogna che ci sia un vaccino approvato».

Quindi, avverte il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, «è importante continuare ad abbassare l’incidenza per contenere i casi. Il virus muta continuamente ma non tutte le mutazioni sono di interesse e ci devono preoccupare. Diventano preoccupanti quando c’è un aumento di trasmissibilità o virulenza». Ma vediamo più nel dettaglio, cosa sono e come nascono queste varianti: sono le faq esplicative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rielaborate dal Ministero della Salute italiano, a chiarire alcuni aspetti. 

Cosa significa che un virus muta? – Quando un virus si replica o crea copie di se stesso a volte cambia leggermente. Questi cambiamenti sono chiamati “mutazioni”. Un virus con una o più nuove mutazioni viene indicato come una “variante” del virus originale. Più virus circolano, più possono cambiare. Questi cambiamenti possono occasionalmente portare a una variante del virus che si adatta meglio al suo ambiente rispetto al virus originale. Questo processo di modifica e selezione delle varianti di successo è chiamato “evoluzione del virus”. Alcune mutazioni possono portare a cambiamenti nelle caratteristiche di un virus, come la trasmissione alterata (ad esempio, può diffondersi più facilmente) o la gravità (ad esempio, può causare una malattia più grave). Alcuni virus cambiano rapidamente e altri più lentamente.

SARS-CoV-2, il virus che causa il COVID-19, tende a cambiare più lentamente di altri come l’HIV oi virus dell’influenza. Ciò potrebbe essere in parte spiegato dal “meccanismo di correzione di bozze” interno del virus che può correggere gli “errori” quando esegue copie di se stesso. Gli scienziati continuano a studiare questo meccanismo per capire meglio come funziona. Finora sono state identificate in tutto il mondo centinaia di varianti di questo virus. L’OMS e la sua rete internazionale di esperti monitorano costantemente le modifiche in modo che, se vengono identificate mutazioni significative, l’OMS può segnalare ai Paesi eventuali interventi da mettere in atto per prevenire la diffusione di quella variante.

Cosa sappiamo delle varianti del virus SARS-CoV2 che preoccupano di più? – Come nototo sono tre le varianti che preoccupano di più gli esperti dell’OMS e dell’ECDC:

Inglese (Variante VOC 202012/01, nota anche come B.1.1.7) identificata per la prima volta nel Regno Unito. Questa variante ha dimostrato di avere una maggiore trasmissibilità rispetto alle varianti circolanti in precedenza (trasmissibilità superiore del 37% rispetto ai ceppi non varianti, con una grande incertezza statistica, tra il 18% e il 60%). La maggiore trasmissibilità di questa variante si traduce in un maggior numero assoluto di infezioni, determinando così un aumento del numero di casi gravi.
 

– Africana (Variante 501Y.V2, nota anche come B.1.351) identificata in Sud Africa. Dati preliminari indicano che anche questa variante possa essere caratterizzata da maggiore trasmissibilità (50% più trasmissibile rispetto alle varianti circolanti precedentemente in Sud Africa), mentre al momento non è chiaro se provochi differenze nella gravità della malattia.
 

– Brasiliana (Variante P.1) con origine in Brasile. Gli studi hanno dimostrato una potenziale maggiore trasmissibilità. Non sono disponibili evidenze sulla gravità della malattia.

Quanto sono diffuse le varianti nel nostro Paese? – I dati cambiano e si aggiornano velocemente. La variante inglese sta diventando sempre più prevalente nel nostro Paese, e al 15 aprile era calcolata nel 91,6% dei casi, in crescita rispetto all’86,7% del 18 marzo, con valori oscillanti tra le singole regioni tra il 77,8% e il 100%. Quella brasiliana riguarda invece il 4,5% dei casi (era il 4% a marzo).  L’indagine, spiega l’Iss, «integra le attività di monitoraggio di routine, e non contiene quindi tutti i casi di varianti rilevate ma solo quelle relative alla giornata presa in considerazione». Al 15 aprile scorso, le altre varianti monitorate in Italia sono invece risultate sotto lo 0,5%, con un singolo caso della cosiddetta variante indiana (B.1.617.2) rilevato in Veneto e 11 di quella nigeriana (B.1.525). Per l’indagine è stato chiesto ai laboratori delle Regioni e Province autonome di selezionare dei sottocampioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus, secondo le modalità descritte nella circolare del ministero della Salute dello scorso 15 aprile. 

I vaccini sono efficaci contro le varianti del nuovo coronavirus? – I primi dati confermano che tutti i vaccini attualmente disponibili in Italia sono efficaci contro la variante inglese del nuovo coronavirus (variante VOC 202012/01, nota anche come B.1.1.7). Sono in corso studi per confermare l’efficacia dei vaccini sulle altre varianti.

Quali misure di contrasto alla diffusione delle varianti ha messo in campo il nostro Paese? – L’emergenza costituita dalle nuove varianti rafforza l’importanza, per chiunque, compresi coloro che hanno avuto l’infezione o che sono stati vaccinati, di aderire rigorosamente alle misure di controllo sanitarie e socio-comportamentali (l’uso delle mascherine, il distanziamento fisico e l’igiene delle mani). Al fine di limitare la diffusione di nuove varianti, l’Italia ha disposto specifiche azioni di sanità pubblica: rafforzare la sorveglianza di laboratorio nei confronti delle nuove varianti; fornire indicazioni per implementare le attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi COVID-19 sospetti/confermati per infezione da variante; limitare gli ingressi in Italia dei viaggiatori provenienti dai paesi più colpiti dalle varianti;  realizzare indagini rapide di prevalenza per stimare correttamente la diffusione delle varianti nel nostro Paese; disporre misure di contenimento (aree rosse) nelle aree più colpite del Paese anche a livello comunale.

Cosa si deve fare se si entra in contatto con un caso positivo a una variante del Sars-CoV-2? – I contatti dei casi COVID-19 sospetti/confermati per infezione da variante devono: eseguire un test molecolare il prima possibile dopo l’identificazione e al 14° giorno di quarantena, al fine consentire un ulteriore rintraccio di contatti, considerando la maggiore trasmissibilità delle varianti; non interrompere la quarantena al decimo giorno; nella settimana successiva al termine della quarantena, devono osservare rigorosamente le misure di distanziamento fisico, indossare la mascherina e in caso di comparsa di sintomi isolarsi e contattare immediatamente il medico curante. Il Dipartimento di prevenzione deve effettuare la ricerca retrospettiva dei contatti di un caso confermato, vale a dire oltre le 48 ore e fino a 14 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi del caso, o di esecuzione del tampone se il caso è asintomatico, al fine di identificare la possibile fonte di infezione ed estendere ulteriormente il contact tracing ai casi eventualmente individuati. Attualmente la malattia si presenta con le stesse caratteristiche e i sintomi sono gli stessi in tutte le varianti del virus.

Come si diffondono le diverse varianti a seconda dell’età – L’attenzione degli epidemiologi si concentra sulle tre varianti più diffuse in Europa e indica che tutte, in misura diversa, aumentano il rischio di ricovero anche fra i più giovani. I primi dati sono pubblicati su Eurosurveillance, la rivista scientifica online del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). La ricerca ha analizzato la diffusione delle varianti inglese (B.1.1.7), sudafricana (B.1.351) e brasiliana (P.1) in sette Paesi europei, compresa l’Italia, in tutte le fasce d’età, da 0-19 anni agli over 80. Il fatto che le varianti aumentino i ricoveri, in particolare nei giovani, è una ragione in più, si legge nell’articolo, per «raggiungere rapidamente livelli elevati di copertura vaccinale». L’esigenza di un’analisi sistematica del peso che le varianti hanno sui ricoveri fra i giovani era emersa in seguito all’osservazione di maggiori tassi di infezione nei giovani in età scolare fatte in Gran Bretagna, all’aumento dei ricoveri nelle persone con meno di 60 anni visto in Germania e ai ricoveri più numerosi per la variante sudafricana segnalati in Danimarca. 

“Inglese”, il 20% dei contagiati sono under 19 – La ricerca è stata condotta su più di 23.300 casi provocati da varianti, selezionati fra i 3.2 milioni complessivi registrati in sette Paesi (Cipro, Estonia, Finlandia, Irlanda, Italia, Lussemburgo e Portogallo) nel periodo compreso fra metà settembre 2020 e metà marzo 2021. Dei casi provocati dalle varianti (23.343), quasi 20.000 (19,995) erano dovuti alle varianti che destano preoccupazione, le ‘Voc’ (Variant og Concern). In tutti i Paesi considerati nella ricerca la variante inglese risulta essere la più diffusa ed è stata identificata in 3.730 bambini e ragazzi fra zero e 19 anni, pari al 19,4% dei casi, in 6.005 giovani adulti fra 20 e 39 anni (31,3%) e in 6.151 adulti fra 40 e 59 anni (32,0%). Inferiori i numeri relativi alle fasce d’ età più avanzate: 2.538 casi in quella fra 60 e 79 anni (13,2% e 783 negli over 80 (4,1%). Il rischio di ricovero risulta essere tre volte maggiore nella fascia 20-39 anni e 2,3 volte più alto in quella 40-59 anni, mentre i ricoveri in terapia intensiva erano confrontabili. Per le altre due varianti i numeri sono molti più bassi, con percentuali diverse nelle diverse fasce d’età.

Mezza età più colpita dalla “brasiliana” – Per esempio, la sudafricana, è più comune nelle fasce d’età 20-29 anni (147 casi, 33,7%), e 40 e 59 anni (139,31,9%), poi in quella 60-79 anni (62, 14,2%). nei giovanissimi fra zero e 19 anni (60, 13,8%) e infine negli over 80 (28, 6,4%). Con questa variante il rischio di ricovero è fra 3,5 e 3,6 volte maggiore per i gruppi d’età 40-59 anni (in questa fascia aumentano anche le probabilità di ricovero in terapia intensiva) e 60-79 anni. La variante brasiliana è stata rilevata soprattutto nella fascia 40-59 anni (107, 30,4%) e da zero a 19 anni (79, 22,4%), a seguire nelle fasce d’età 20-29 (66, 18,8%), 60-79 (58, 16,5%9 e over 80 (42, 11,9%). In questo caso il rischio di ricovero aumenta fra 3 e 13,1 volte nei gruppi d’età 20-39 anni, 40-59 e 60-79: i ricoveri in terapia intensiva aumentano da 2,9 a 13,9 volte nei gruppi 40-59 anni, 60-79 anni e negli over 80).

Scoperta una nuova tecnica per individuare le mutazioni – Una nuova tecnica è stata messa a punto dai ricercatori dall’Istituto Clinico Diagnostico di Ricerca Altamedica di Roma per individuare le mutazioni del virus Sars-CoV-2 in modo «rapido, economico e affidabile» per un monitoraggio più puntuale della diffusione del virus. La scoperta emerge da uno studio condotto dal team di biologia molecolare del centro ricerche Altamedica su un campione di 77 pazienti positivi affetti da malattia da Coronavirus, sottoposto alla rivista scientifica Journal of Virological Methods. «Nello studio viene presentato e validato un nuovo metodo per la caratterizzazione delle varianti del Sars-CoV-2 che sfrutta la metodica Real TimePCR (Rt-Pcr) – spiega in una nota Claudio Giorlandino, direttore scientifico del Centro ricerche Altamedica -. In particolare sono state disegnate sonde qPCR dirette alla rilevazione di mutazioni specifiche delle varianti emergenti, attualmente associate a una eventuale maggiore infettività e fuga immunitaria, attraverso le mutazioni del gene Spike. Ad oggi, la tecnica permette di rilevare attraverso un unico esame più varianti, ovvero la variante inglese, brasiliana e sudafricana. Stiamo mettendo a punto la possibilità di individuare anche la nuova variante indiana». «Attualmente le tecniche utilizzate per la caratterizzazione delle varianti sfruttano l’NGS, tecnica costosa, time-consuming e che non tutti i laboratori possono usare data l’elevata specializzazione del personale richiesta – prosegue Giorlandino -. La tecnica convalidata è invece rapida e a basso costo: i tempi per la rilevazione sono estremamente ridotti, parliamo di 24 ore, mentre il costo per 3 varianti è di 18-20 euro, contro 200 richiesti dall’esame in NGS. L’utilizzo di una tecnica diagnostica alternativa rapida ed economica potrebbe essere un potente mezzo per creare una maglia di laboratori pubblici e privati su tutto il territorio in grado di monitorare attentamente la diffusione delle varianti del Sars-CoV-2».

 

Una dose di vaccino Pfizer protegge di più dalle varianti chi è stato già contagiato –  Le persone guarite dal coronavirus sono maggiormente protette, anche dalle varianti, con una sola dose del vaccino Pfizer. È la conclusione di una studio pubblicato dalla rivista Science e riportato dalla pagina Facebook di Roberto Burioni, Medical Facts. Per capire se la vaccinazione a dose singola, con o senza infezione precedente, fosse in grado di conferire un’immunità protettiva anche alle varianti, i ricercatori hanno analizzato le risposte delle cellule T e B dopo la prima dose di vaccino mRNA di Pfizer/BioNTech in operatori sanitari, con o senza precedente infezione da Wuhan-Hu-1 Sars-CoV-2, ovvero la tipologia di coronavirus cinese che ha scatenato la pandemia. «Dopo la prima dose, spiega lo studio, gli individui con una precedente infezione da virus originario hanno mostrato una maggiore immunità delle cellule T, una risposta anticorpale delle cellule B di memoria nei confronti della cima (spike) del virus e anticorpi neutralizzanti efficaci contro B.1.1.7 (la variante inglese) e B.1.351 (la variante sudafricana)». «Gli operatori sanitari – si legge su MedicalFacts – che hanno ricevuto una dose di vaccino senza infezione precedente hanno mostrato invece un’immunità ridotta. Le mutazioni inglese e sudafricana hanno indotto su questi individui risposte cellulari T abrogate o invariate a seconda dei polimorfismi dell’antigene leucocitario umano. La vaccinazione con una singola dose del vaccino Pfizer di chi è stato già contagiato, rileva dunque Science, migliora sostanzialmente le risposte anticorpali neutralizzanti contro le varianti, mentre chi non ha avuto il Covid ha una protezione bassa contro le varianti se la dose ricevuta è una sola».

Sorgente articolo:
Variante inglese, brasiliana, sudafricana: diffusione in Italia, età più a rischio, efficacia vaccini. Tutto quello che c’è da sapere – ilmessaggero.it

User ID Campaign ID Link
d9a95efa0a2845057476957a427b0499 l-99999981 Free Web Hosting
d9a95efa0a2845057476957a427b0499 l-99999995 Prova Gratuita di servizi Email
d9a95efa0a2845057476957a427b0499 l-99999980 Ugo Fiasconaro
d9a95efa0a2845057476957a427b0499 l-99999988 Pubblicizza sito