Ancona, operaio di una ditta bengalese preso a martellate in testa dal superiore nello stabilimento… – Il Fatto Quotidiano

Aggredito a martellate dal ‘capetto’ per un lavoro fatto male e per una pausa troppo lunga. Per motivi futili, per uno sbaglio come ogni giorno se ne possono commettere, un operaio bengalese di una ditta in appalto della Fincantieri di Ancona si trova adesso in coma. L’ombra pesante del caporalato si presenta così all’interno dello stabilimento dell’azienda pubblica, leader mondiale della cantieristica, dove si realizzano navi da sogno per le crociere nei paradisi del pianeta. Campanello d’allarme di un sistema che garantisce lavoro, ma azzera i diritti e calpesta la legalità.

L’episodio risale al tardo pomeriggio del 3 giugno scorso in un piazzale del cantiere attiguo al Centro 1 di produzione, dove i primi blocchi delle navi vengono imbastiti. Il 23enne ora è in condizioni critiche all’ospedale di Torrette. Per l’aggressore, un connazionale di 39 anni, è scattata la misura cautelare in carcere per tentato omicidio. Messo alle strette dalle indagini della Squadra Mobile dorica, condotte da Carlo Pinto, al 39enne non è rimasto altro da fare che recarsi spontaneamente in questura per confessare il fatto e ricostruire la sua versione.

Un arresto avvenuto nonostante il muro di omertà eretto all’interno del cantiere su questa vicenda, con testimoni occulti e altri pronti a fare marcia indietro. H.S. (le iniziali dell’arrestato) è rimasto al lavoro fino a ieri mattina, ma dopo l’arresto la sua ditta, di proprietà di un altro connazionale, lo ha sospeso dal lavoro. Resta il giallo del martello, simile a una piccozza, usato per brandire il colpo sulla parte sinistra della fronte. L’utensile da lavoro sarebbe stato strappato dalle mani della vittima e dopo aver brandito il colpo il ‘capetto’ l’ha fatto sparire.

Stando ad alcune testimonianze raccolte, le cose sarebbero potute andare anche peggio. Una squadra di lavoratori diretti di Fincantieri, subito dopo i fatti, avrebbe notato una sorta di tentativo di trascinamento del corpo del ferito lontano dal piazzale verso i blocchi in lavorazione. Operazione scongiurata anche dall’arrivo di altri operai del turno pomeridiano. La prima versione, immediatamente dopo i fatti, è stata quella dell’incidente sul lavoro: il martello volato per errore dall’alto o una caduta lungo le scale di un blocco. Gli inquirenti non ci hanno mai creduto e non soltanto loro: “Quel saldatore bengalese si è rifiutato di sottostare a un ricatto ed è stato aggredito.

Nel terzo millennio, dentro uno stabilimento che produce le navi più belle del mondo, fatti del genere non possono accadere, la politica intervenga”. L’attacco diretto arriva da Tiziano Beldomenico, segretario generale della Fiom Ancona (tornata ad essere leader della Rsu alle ultime elezioni interne dopo aver perso il comando negli anni scorsi appannaggio della Fim-Cisl) che in passato ha presentato diversi esposti in procura per denunciare casi di caporalato e di riduzione in schiavitù dei lavoratori delle ditte esterne in appalto e subappalto: “A ogni nostra segnalazione è stato poi difficile affiancare testimonianze dirette. Gli operai delle ditte hanno paura di perdere il lavoro e, cosa ancora più grave, di subire ritorsioni. Speriamo che le cose, dopo la drammatica vicenda, possano cambiare nei cantieri e auspico un ritorno al lavoro dell’operaio ferito, magari presso un’altra ditta”, aggiunge Beldomenico.

Il 23enne è mantenuto in coma farmacologico nel reparto di rianimazione dell’ospedale regionale. Gli anestesisti stanno provando a risvegliarlo, ma il trauma ha interessato la calotta cranica provocando crisi epilettiche ad ogni tentativo rianimatorio. Una volta superato il problema, con la speranza che possa uscire dalla terapia intensiva, sarà lui a confermare o arricchire la versione dei fatti alla Squadra Mobile, anche se i rapporti all’interno della comunità bengalese di Ancona, la più numerosa del capoluogo, sono molto delicati. Per ora la procura, oltre alla misura cautelare in carcere in attesa del processo, non ha aggiunto altre iscrizioni nel registro degli indagati, ma le indagini continuano.

H.S. è stato sospeso dalla sua ditta, ora si attende un’indagine interna da parte di Fincantieri per approfondire le dinamiche di concessione degli appalti. Ormai lo stabilimento di Ancona è nelle mani delle esternalizzazioni produttive. A parte impiegati, tecnici, progettisti e le figure apicali, Fincantieri qui non assume più operai da quindici anni. Con quattro navi da crociera in costruzione per grandi compagnie internazionali e commesse garantite almeno fino al 2025, ogni giorno nell’arsenale lavorano fino a 4mila addetti. Di questi soltanto 192 sono gli operai diretti Fincantieri rimasti, destinati a scomparire del tutto nel giro di una dozzina d’anni.

Nella prima decade del terzo millennio la grande cantieristica ha iniziato a mordere il freno e tra il 2008 e il 2010 la crisi stava per mettere in ginocchio l’azienda leader mondiale di Trieste. Nell’ottica di un piano di riorganizzazione generale voluto dall’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, quello di Ancona era stato considerato uno dei quattro ‘sacrificabili’ tra gli otto siti produttivi del gruppo. A salvarsi sarebbero stati soprattutto quelli del nord Italia, a partire dalla casa madre, Monfalcone. L’11 settembre 2011 Papa Benedetto XVI, durante il Congresso Eucaristico ad Ancona, decise di celebrare la Santa Messa dentro il cantiere ormai vuoto di navi ed operai: “Riportate il ‘ferro’ dentro questa cattedrale del lavoro”, disse Joseph Ratzinger. Vuoi per l’appello del Pontefice, ma soprattutto per il cambio di strategia aziendale basata sulla riduzione del costo del lavoro, il cantiere di Ancona ha subito ripreso vigore e ogni anno sforna gioielli della cantieristica a profusione.

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