Nel Pd le correnti sono vive e lottano attorno a Letta – L’HuffPost

Simona Granati – Corbis via Getty Images

ROME, ITALY – MARCH 17: Luca Lotti at the National Assembly of the Democratic Party as new secretary, on March 17, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati – Corbis/Getty Images)

Alla fine la domanda che ti viene spontanea è se davvero questo Pd sia un po’ come l’Urss, irriformabile (dall’interno). Ma partiamo dall’inizio, con ordine: un documento che ci è capitato per le mani (e che qui pubblichiamo), di cui certo non è in discussione la serietà dell’analisi e della proposta. È il classico “contributo” al dibattito, come si diceva una volta, certamente “per il bene del Pd”, come si dice sempre, che esprime una “sensibilità”, ca va sans dire, in questo caso riformista, come il nome della corrente che lo ha redatto: “Base riformista”. Ecco, chiamiamo le cose col loro nome, senza edulcorare con formule tipo “aree politico-culturali”, “componenti” e roba del genere. È la corrente di Lotti e Guerini, per intenderci, che è poi la più consistente del Pd – 52 su un totale di 110 tra deputati e senatori, praticamente la metà dei gruppi parlamentari. Che ieri sera si è riunita, al gran completo e con duecento persone collegate, tra sindaci, amministratori e dirigenti vari. E ha festeggiato, alla presenza dell’attuale capogruppo Debora Serracchiani, l’arrivo di Graziano Delrio, l’ex capogruppo anch’esso rappresentativo di un gruppo. Nel corso della riunione è stato presentato un Manifesto riformista, nome che rivela una certa ambizione (sembra una piattaforma congressuale), anche abbastanza articolato, di 12 pagine e 21 punti. 

C’è l’idea del governo non come dura necessità, ma come opportunità e agenda perché “le riforme di Draghi sono le nostre riforme”. Ci sono proposte per una riforma fiscale, da fare complessivamente e non con interventi spot (sottotitolo: come la tassa di successione proposta da Letta). Riforma che tiene il principio di progressività, ma anche l’esigenza di ridurre la tassazione perché l’Italia non è l’America, per debito e livelli di tassazione. C’è in generale l’idea di una sinistra produttivista, che non sia solo “protezione”, termine caro alla sinistra del partito, e “sussidi”, termine caro ai Cinque stelle, ma che, come disse Claudio Martelli a Rimini, promuova un’alleanza tra meriti da valorizzare e bisogni da tutelare. E poi la famosa “vocazione maggioritaria”, intesa come approccio esigente verso il centro e verso i Cinque stelle che ancora non si capisce quel che saranno. Per farla breve: il “contributo” (dal titolo ambizioso) ha il non celato obiettivo di riequilibrare, e al tempo stesso di proporsi come alternativa alla linea gauchiste di Enrico Letta, che da quando è tornato ha molto pedalato sulla bicicletta dell’identità su temi di sinistra-sinistra. 

Morale della favola: in questo mondo dove cambia tutto, pure Salvini – sincero, bugiardo, strumentale, chissà quanto dura – che si è messo a sostenere con convinzione un governo subìto e si è incravattato per fare un partito con Berlusconi, e pure i Cinque stelle che hanno scoperto il garantismo – sincero, bugiardo, strumentale, chissà quanto dura – e, con esso, la parola “moderati” affidata alla leadership di Conte, in questo mondo, dicevamo, c’è un’unica, granitica certezza. E cioè che nel Pd non è cambiato niente. L’andazzo è sempre lo stesso che ha portato al “mi vergogno” delle dimissioni di Zingaretti, momentaneamente coperto dalla finta unanimità dietro l’elezione di Letta. Il quale, tra le prime esternazioni, twittò una foto di Schwarzenegger come “incaricato ai rapporti con le correnti”. 

È partito con l’idea di sterminarle e, dopo qualche mese, si ritrova Terminator incastrato in una giungla peggiore di prima. Nel frattempo infatti di correnti, correntine, aree – perché tutti hanno capito che se vuoi stare al tavolo ti devi fare un gruppetto – ne sono nate alte. L’ultima si chiama “Prossima” – nome evocativo: ce ne sarà sempre un’altra – animata proprio da dirigenti vicini a Zingaretti durante la sua segreteria, come Nicola Oddati e Stefano Vaccari, che è rimasto responsabile dell’organizzazione e si divide tra lavoro sul partito e lavoro sul suo gruppo. Loro sono quelli che hanno perseguito l’alleanza strategica con e Cinque Stelle. E poi le “Agorà” di Bettini, la “Rigenerazione democratica” dell’ex ministro Paola De Micheli, oltre a quelle storiche di Franceschini, Orfini, Orlando, Cuperlo, eccetera eccetera. 

Insomma, il Pd è una confederazione di correnti in cui, in mezzo a tanto sforzo, non è stato sciolto un solo nodo politico di fondo, di identità, collocazione, visione, interessi da rappresentare e popolo da costruire, eppure sta cambiando tutto. Un meccanismo di infernale autoreferenzialità, da un governo all’altro, in attesa, questo è il sottofondo, che in un congresso i vari comitati elettorali di capi e capetti si contino. Forse è davvero irriformabile.

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