Strage Ardea, Daniel è morto per difendere il fratellino David: il bimbo di 10 anni non è scappato davanti al killer – ilmessaggero.it

Strage di Ardea: anche Daniel Fusinato non è fuggito davanti all’ingegnere Andrea Pignani che stava sparando nei pressi del campo da calcio in via delle Pleiadi a Colle Romito. Anche il bambino di 10 anni, già tesserato della Lazio, ha tentato di difendere il fratellino David, 5 anni, così come aveva appena fatto il pensionato Salvatore Ranieri, 74 anni. Secondo l’ultima ricostruzione della domenica mattina di sangue, il 34enne autore del triplice omicidio ha sparato un primo colpo a David, raggiunto alla gola. Una scena tanto terribile quanto inattesa sotto gli occhi del pensionato che stava facendo, come sua abitudine, un giro in bicicletta in quella zona verde. Ranieri, ex autista dell’Atac, non si è girato da un’altra parte, non ha pigiato sui pedali: si è fermato e ha urlato in faccia all’ingegnere tutta la sua paura, tutta la sua rabbia. Un testimone ha riferito di averlo visto e sentito affrontare il 34enne per qualche secondo, come a fare da scudo ai due bambini. L’ingegnere gli ha allora sparato alla testa, a bruciapelo, uccidendolo all’istante.  Daniel Fusinato, intanto, non si era allontanato, non aveva cercato la salvezza lontano da quell’orrore inimmaginabile, non aveva tentato di avvicinarsi a casa sua, a due passi: ai suoi piedi c’era il fratellino. Gli si è gettato sopra per aiutarlo, per difenderlo da quell’uomo che i due bimbi non conoscevano. Pignani, Hyde sui social, mandante e killer di questa tragedia, l’ha centrato con un colpo al petto. Ha guardato negli occhi tutte e tre le sue vittime prima di sparare. Anche per i due bambini, nonostante i soccorsi di Giuseppe Romano,  68 anni, medico di Ardea, non c’è stato nulla da fare. La domenica di sangue si è chiusa con l’ingegnere si è poi tolto la vita nella sua abitazione usando sempre quella pistola automatica calibro 7,65 che non avrebbe dovuto avere.  

Oggi è intanto il giorno dell’autopsia sui corpi dei due fratellini e su quello del 74enne Salvatore Ranieri. L’incarico per l’esame autoptico, presso l’istituto di medicina legale di Tor Vergata, è stato affidato dalla Procura di Velletri, che ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso. L’autopsia sul corpo del killer invece si svolgerà giovedì: per Pignani si farà anche l’esame tossicologico.

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LE ARMI – Si continua a parlare dell’arma usata dal killer Andrea Pignani. Era del padre, che la possedeva regolarmente. Solo che era deceduto e i familiari avrebbero dovuto riconsegnarla. Sarebbero allora potute intervenire prima le forze dell’ordine? «La normativa dà pieno potere alle forze dell’ordine, in casi di urgenza e fuori da qualsiasi denuncia, di effettuare verifiche e controlli e di prescrivere le necessarie misure cautelari per la messa in sicurezza dell’arma – spiega l’avvocato penalista Piergiorgio Assumma, docente all’Accademia della Guardia di Finanza e spesso ospite di alcuni programmi della Rai in veste di consulente giuridico –. La complessità risiede nel capire, in fase di indagine, se tutto ciò poteva essere realizzabile».

GLI SCENARI – Nei giorni scorsi, come rileva Assumma, «si è parlato di pregresse segnalazioni, poi, mai sfociate in denuncia, visti anche i dubbi degli altri cittadini sulla veridicità dell’arma». E si è sottolineato che «le forze dell’ordine, che avevano ricevuto dette segnalazioni, non avevano potuto procedere, vista proprio l’assenza delle denunce». Ma c’è un aspetto da evidenziare. «Il T.U.L.P.S, la normativa speciale, agli articoli 38 e 39, dà un pieno potere alle forze dell’ordine, in casi di urgenza e fuori da qualsivoglia denuncia, di effettuare verifiche e controlli e di prescrivere le necessarie misure cautelari, per la messa in sicurezza dell’arma», prosegue Assumma. La domanda che ci si pone, a questo punto, è: come avrebbero potuto sapere che il Pignani fosse in possesso di un’arma vera?. Assumma risponde che «ricevute le segnalazioni e incrociando i dati della morte del padre del Pignani (guardia giurata), ci si sarebbe accorti che la stessa arma non era stata riconsegnata e, quindi, sarebbero dovute scattare le verifiche ed i controlli».

Ma non è così semplice, perché la complessità risiede nel capire, in fase di indagine, se tutto ciò poteva essere realizzabile e attuabile. «Se dalle indagini dovessero emergere elementi tali da dimostrare che, con un’attività ispettivo – investigativa, anche minima, le autorità di polizia avrebbero potuto sapere dell’esistenza dell’arma, non riconsegnata e, contestualmente o successivamente, collegarla all’arma segnalata dai vicini di zona – conclude l’avvocato penalista –, allora, vi potrebbero essere dei profili di responsabilità, per chi, pur sapendo, non si è attivato alla ricerca, al sequestro e alla confisca dell’arma stessa». 

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