Le guerre puniche, in breve – Il Post

Mercoledì il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha detto al TG2 che «non serve studiare quattro volte le guerre puniche, occorre cultura tecnica. Serve formare i giovani per le professioni del futuro, quelle di digital manager per esempio». La frase è circolata un po’ tra giornali e social network, e ha rinnovato un vecchio e in parte trito dibattito sulla presunta superiorità degli studi scientifici su quelli umanistici, e viceversa.

Non era peraltro nemmeno la prima volta che Cingolani interveniva sulla questione, e curiosamente anche in passato aveva citato le guerre puniche, sempre manifestando il fastidio per il fatto che siano studiate più volte durante la scuola dell’obbligo. All’epoca le volte menzionate da Cingolani erano solo tre, una stima più corretta di quattro, dato che effettivamente fino ad alcuni anni fa le guerre puniche erano nel programma di storia di elementari, medie e superiori. Ancora oggi, sebbene secondo le indicazioni del ministero dell’Istruzione siano affrontate solo alla scuola primaria (le elementari di una volta) e nelle scuole superiori, continuano a essere uno dei pezzi della storia antica di Roma su cui ci si concentra di più, ma non è detto che siano fresche nella memoria di chi ha smesso di studiare da un po’.

Innanzitutto bisogna partire dal nome: le guerre vengono chiamate “puniche” perché si svolsero tra Roma e Cartagine, capitale di un piccolo impero che dal Nord Africa si estendeva fino alla penisola iberica e in Sicilia, città dell’odierna Tunisia, a pochi chilometri da Tunisi. Punici è il nome con cui i romani chiamavano gli abitanti di Cartagine e deriva probabilmente dall’aggettivo latino poenus, che vuol dire “fenicio” (Cartagine fu in origine un’antichissima colonia fenicia).

Intorno alla metà del III secolo prima di Cristo, Roma aveva sottomesso i popoli italici che abitavano l’Italia centrale e meridionale, ma non la Sicilia che era in gran parte controllata da Cartagine, a eccezione di Siracusa, dove c’era un regno autonomo.

Fu proprio la Sicilia il terreno di scontro della Prima guerra punica. Fino a quel momento i rapporti tra Roma e Cartagine erano stati pacifici, ma l’idea di conquistare la Sicilia e ottenere il controllo delle fertili terre siciliane e delle moltissime rotte commerciali che facevano tappa nei porti dell’isola convinsero i romani a dichiarare guerra ai cartaginesi. La Prima guerra punica iniziò nel 264 a.C., con lo sbarco in Sicilia delle forze romane comandate dal console Appio Claudio Caudice. Dopo molte battaglie terrestri, nel 261 a.C. con la conquista di Agrigento i romani sconfissero definitivamente i cartaginesi stanziati in Sicilia. Ma la guerra non era ancora finita, e negli anni successivi si spostò sul mare, su cui i cartaginesi dominavano incontrastati.

L’esercito romano cercò di invadere l’Africa e arrivare a Cartagine, guidato da Marco Attilio Regolo, ma ebbero la meglio i cartaginesi. A quel punto Cartagine provò a riprendersi la Sicilia, con al comando il generale Amilcare, che però dovette arrendersi ai romani in seguito alla sconfitta nella battaglia delle Isole Egadi del 241 a.C. che segnò la fine della Prima guerra punica.

Negli anni seguenti Cartagine provò a espandersi nella penisola iberica, per compensare la perdita della Sicilia. Nel 219 a.C. il generale cartaginese Annibale, figlio di Amilcare, attaccò la città di Sagunto, nell’odierna Spagna, alleata dei romani. Gli abitanti di Sagunto chiesero quindi aiuto a Roma che chiese a Cartagine di sconfessare Annibale. Cartagine però si rifiutò e dichiarò guerra a Roma. Nel 218 a.C. Annibale partì dalla Spagna con più di 50mila uomini e 37 elefanti, secondo le fonti dell’epoca, per invadere l’Italia.

Attraversò le Alpi, sconfisse i romani in diverse importanti battaglie nella Pianura Padana e poi passò vicino a Roma, senza provare ad assediarla, arrivando poi fino in Puglia, dove ottenne un’importante vittoria nei pressi della città di Canne. Nel frattempo i romani, sotto la guida del console Quinto Fabio Massimo, riconquistarono un po’ alla volta le zone del Centro Italia che erano state occupate dai cartaginesi. Quinto Fabio Massimo, che in seguito venne soprannominato “il Temporeggiatore”, cercò di sconfiggere i cartaginesi con una guerra di logoramento, evitando battaglie in campo aperto, rimanendo perlopiù sulla difensiva e cercando di circondare Annibale e lasciarlo senza rifornimenti. La tattica di Quinto Fabio Massimo funzionò, e poco alla volta l’esercito di Annibale si trovò di fatto isolato in Calabria.

Nel frattempo il proconsole della Sicilia Publio Cornelio Scipione (in seguito soprannominato “l’Africano”) provò ad approfittare di questo momento di stallo per invadere l’Africa e conquistare Cartagine alla guida di circa 30mila uomini. Annibale decise quindi di tornare a Cartagine dopo 34 anni di assenza per difenderla da Scipione. La battaglia decisiva si svolse a Zama, nel 202 a.C.: vinsero le truppe romane e finì così anche la Seconda guerra punica. A Cartagine vennero imposte punizioni severissime, divenne un protettorato di Roma senza possibilità di avere un esercito, la sua flotta mercantile venne ridotta al minimo e dovette cedere la penisola iberica a Roma.

Negli anni seguenti Cartagine diventò quindi molto più debole, e i suoi territori vennero più volte invasi dagli eserciti della Numidia, antico regno berbero. Dopo l’occupazione dei numidi della città cartaginese di Oroscopa, nel 150 a.C. Cartagine decise di rompere i patti stretti con Roma alla fine della Seconda guerra punica e apprestò un esercito di 50mila soldati per riconquistare la città. Roma, anche per il timore che i numidi acquistassero troppo potere nel Nord Africa, decise di dichiarare guerra a Cartagine per aver rotto il patto. Nel 149 a.C. iniziò così la Terza guerra punica, che fu però molto più breve delle precedenti.

Ai romani bastarono tre anni per sconfiggere i cartaginesi: le truppe romane guidate da Publio Cornelio Scipione Emiliano (detto “l’Africano minore”), bloccarono i rifornimenti che giungevano a Cartagine via mare, e assediarono la città per tutto l’inverno del 147 a.C. L’attacco finale fu lanciato però solo nel 146 a.C., quando l’esercito romano attaccò e sconfisse definitivamente Cartagine, radendo gli edifici al suolo e dandole fuoco. In quell’occasione, si narra, l’anziano emissario romano Marco Porcio Catone pronunciò di ritorno dall’Africa la celebre frase “Carthago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”, sostenendo la necessità di distruggere la capitale punica per non rischiare che in futuro potesse rappresentare una minaccia: e così fu.

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Le guerre puniche, in breve – Il Post

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