Anche in Italia c’è preoccupazione per la peste suina africana – Il Post

Nelle prime settimane di gennaio in Italia sono stati confermati diversi casi di peste suina africana, un’influenza suina per la quale non esistono cure o vaccino, altamente trasmissibile e letale e la cui diffusione potrebbe mettere in grave crisi il settore dell’allevamento suino. La peste suina africana – di cui l’uomo e altri animali non possono ammalarsi – circola in Europa da alcuni anni e la conferma dei casi in Italia ha portato rapidamente all’introduzione di misure di contenimento che riguardano 114 comuni tra Piemonte e Liguria.

Originaria del Kenya, la peste suina africana è endemica nell’Africa sub-sahariana e anche in Sardegna, da decenni: arrivò in Italia nel 1967, secondo il ministero della Salute, ma sull’isola la circolazione della malattia è da tempo in diminuzione. È presente nell’Europa orientale dal 2007 circa, quando si svilupparono dei focolai in Georgia, Armenia, Azerbaigian, Russia, Ucraina e Bielorussia. Da questi paesi è arrivata in quelli dell’Unione Europea: i primi casi in Lituania, Polonia, Lettonia ed Estonia furono segnalati nel 2014, ma il virus è diffuso anche in Belgio e Germania.

La pese suina africana è causata dal virus indicato con la sigla ASFV, ed è particolarmente resistente. Sopravvive in ambiente esterno fino a 100 giorni, resiste per diversi mesi all’interno di salumi o nella carne congelata, negli animali guariti dalla malattia e può essere trasmesso anche dall’uomo, che può quindi trasportare il virus da un animale all’altro (pur senza ammalarsi). Gli animali contagiati nel 90 per cento dei casi muoiono in pochi giorni a causa di emorragie interne, negli allevamenti di suini colpiti dalla peste la soluzione più efficace è l’abbattimento degli animali contagiati per limitare la diffusione del virus.

I casi di queste settimane sono stati individuati dall’analisi di carcasse di cinghiali trovati morti a Ovada e Fraconalto – in provincia di Alessandria – e Isola del Cantone, in provincia di Genova, e sono riconducibili allo stesso ceppo virale che circola da alcuni anni in Europa (e non a quello che circola in Sardegna). I cinghiali infetti facevano probabilmente parte della stessa popolazione che vive nelle zone appenniniche tra Piemonte e Liguria e per questo il ministero della Salute e quello delle Politiche agricole hanno imposto limitazioni e nuove regole su un’area molto ampia, che comprende in tutto 114 comuni tra Piemonte e Liguria (la cosiddetta “zona infetta”).

La “zona infetta” istituita dal ministero della Salute e dal ministero delle Politiche agricole.

Nella “zona infetta” è vietata la caccia (salvo quella diretta al contenimento della popolazione di cinghiali), e sono vietate «la raccolta dei funghi e dei tartufi, la pesca, il
trekking, il mountain biking e le altre attività che, prevedendo l’interazione diretta o indiretta con i cinghiali infetti o potenzialmente infetti», dice l’ordinanza del ministero della Salute e del ministero delle Politiche agricole, che sarà valida per sei mesi. In Toscana è stata invece per ora avviata un’attività di sorveglianza, per individuare rapidamente eventuali casi della malattia.

Una delle maggiori preoccupazioni legate alla diffusione della peste suina africana riguarda il settore dell’allevamento suino e dell’esportazione della carne suina. La presenza della malattia porta alla sospensione di tutte le esportazioni di carne verso i paesi che non fanno parte dell’Unione Europea e la sospensione delle esportazioni di carne prodotta nelle aree di contagio verso i paesi dell’Unione Europea. Confagricoltura ha detto che Cina, Giappone, Taiwan e Kuwait hanno già sospeso in via precauzionale le importazioni di carne dall’Italia.

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