Flick: suicidio assistito, legge condivisa per stoppare deriva referendaria – Avvenire

Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale

Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale – Imagoeconomica

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Pur nella difficoltà di conciliare diversi valori, non è auspicabile «sfuggire al peso della decisione affossando la legge», anche se sono «auspicabili modifiche». In un articolato contributo, pubblicato su “Civiltà Cattolica” a firma di padre Carlo Casalone, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente di Teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana, viene spiegato come riguardo alla proposta di legge sul suicidio assistito in discussione in Parlamento «nell’attuale situazione culturale e sociale, sembra da non escludersi che il sostegno a questa pdl non contrasti con un responsabile perseguimento del bene comune possibile». Questo perché in sostanza, sostiene la rivista dei Gesuiti in “La discussione parlamentare sul suicidio assistito”, «in questo contesto, l’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo». La domanda infatti che si pone «è se di questa pdl occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi». (A.Guer.)

«Chi si oppone a una legge condivisa, che limiti il suicidio assistito ai casi indicati dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019 rischia di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato, spianando la strada all’eutanasia attraverso il referendum». Il professor Giovanni Maria Flick formula un nuovo invito al Parlamento a regolare la materia, in vista dell’approdo in aula alla Camera, a febbraio, della proposta di legge sulla “morte volontaria medicalmente assistita”, dopo la discussione generale, a Montecitorio, del mese scorso. Lo fa anche riprendendo un intervento appena uscito per Civiltà Cattolica, a firma di padre Carlo Casalone, che fra l’altro cita anche l’intervista ad Avvenire del presidente emerito della Consulta del mese scorso.


«La sentenza della Corte ha supplito all’inerzia del Parlamento. Se ora non intervenisse risulterebbe delegittimato»


«In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise», ha scritto papa Francesco nel messaggio ai partecipanti al Meeting regionale europeo della World Medical Association, tenutosi il 16 novembre 2017. «Da una parte, infatti – dice il Papa, nel messaggio citato da padre Casalone -, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società»

Per Flick, «il Parlamento fra l’altro, come sottolinea anche Civiltà Cattolica, ne uscirebbe delegittimato, se nemmeno di fronte a un preciso invito della Corte Costituzionale riuscisse a regolamentare con un testo il più possibile condiviso una materia così importante, che per forza di cose deve mettere d’accordo sensibilità diverse».


«Se passasse il referendum ognuno potrebbe incaricare un’altra persona di togliergli la vita, anche solo per una delusione amorosa»


Facciamo ordine. Ricordiamo i passaggi che hanno portato a questa situazione.
La decisione della Corte Costituzionale sul caso del Dj Fabo del 2019, con una soluzione piuttosto “creativa”, esercitando una sorta di supplenza in assenza di una normativa a disciplinare il caso, ha utilizzato i paletti posti dalla legge 219 del 2017 per una situazione diversa. In pratica la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) si occupava di “lasciar morire”, cioè di non impedire che una malattia irreversibile facesse il suo corso (mediante ad esempio il ricorso alle cure palliative) mentre la Consulta, sul caso sottoposto alla sua attenzione, ha ritenuto non punibile anche l’aiuto al suicidio, ricorrendo le medesime condizioni.

Un salto notevole.
Ma mantenuto sempre, come dicevo, nell’ambito quei precisi paletti che erano stati indicati dalla legge 219 del 2017. Ossia il valido consenso del paziente, una sofferenza ritenuta intollerabile, e un’infermità irreversibile nonché la dipendenza da interventi medico sanitari necessari alla sopravvivenza. Nel frattempo è intervenuto in Germania una sentenza nel 2020 del Tribunale federale, che recepisce la posizione più radicale in direzione della piena autodeterminazione del fine vita.

Ma si tratta di altro ordinamento nazionale…
Certo, ma l’autorevolezza dell’organismo giurisdizionale, omologo della nostra Corte Costituzionale, ha il suo peso, tanto più mancando ancora da parte del Parlamento una normativa a regolamentare la materia. Si pensi che un suo pronunciamento in direzione del diritto delle future generazioni a un clima migliore ha aperto la strada ad analoghi riconoscimenti in molti altri Paesi.

A febbraio però, dopo la discussione generale in dicembre, approda alla Camera la proposta sulla morte volontaria medicalmente assistita.
È l’occasione per intervenire finalmente in termini di legge su quanto deciso circa un caso specifico dalla Consulta. Una sentenza che ha deluso sia chi spinge per la liberalizzazione assoluta, sia gli intransigenti che difendono viceversa l’indisponibiltà del valore della vita. Con il risultato che, paradossalmente, entrambi i fronti spingono perché non passi nessuna legge.

Lei che cosa auspica invece?
Mi riconosco pienamente nell’invito del Papa, citato da Civiltà Cattolica, che auspica su temi del genere soluzioni condivise e reciproca disponibilità.

Si fa riferimento al concetto di “leggi imperfette”, in taluni casi evocato dal Magistero, pur riconoscendo che esse non collimano con la dottrina sociale della Chiesa.
E non parlerei nemmeno di “riduzione del danno”, ma della soluzione più accettabile fra quelle possibili, sempre operando nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento e dei diritti della persona.

La mediazione che si sta tentando di trovare alla Camera la convince, rispetta a suo avviso questi requisiti?
Mi pare che si stia tentando di regolamentare, meglio di come era in grado di fare per forza di cose la Consulta, i casi che rientrano in quei paletti richiamati dalla sua decisione, che ricalcano quelli previsti dalla legge sulle Dat.

Ma così non si rischia di aprire la strada all’eutanasia legale?
Non lo credo. Penso, viceversa, che non intervenendo, al di là di quello che deciderà la Consulta sull’ammissibilità del quesito, si rischia di spianare la strada ai promotori del referendum, che puntano a lasciare il valido consenso dell’interessato come unico requisito richiesto per legalizzare l’omicidio del consenziente.

In tutti quei casi in cui una persona sia impossibilitata per le sue condizioni a togliersi la vita da solo.
No, non servirà neppure questo requisito, alla fine. Anche un ragazzo sano, ma caduto in depressione, mettiamo, perché lo ha piantato la ragazza, potrebbe a quel punto, se non se la sente di togliersi la vita da solo, chiede a un amico di schiacciare lui il grilletto.

Invece si sostiene che quel quesito punta a liberare i malati terminali da una insopportabile sofferenza.
La sofferenza è l’argomento che i promotori cercano di far passare nella presentazione del quesito referendario. Ma una volta passato il principio, mancando una legge del Parlamento, finiremmo dentro una “deriva scivolosa” che non avrebbe limiti.

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