Quirinale, Berlusconi è soddisfatto: ma se non ci saranno i voti è pronto al passo indietro – Corriere della Sera

di Marco Cremonesi e Paola Di Caro

I timori di Salvini e Meloni sulla mancanza di un piano B

Un risultato l’ha incassato Silvio Berlusconi, e non lo sottovaluta. Per la prima volta ha fatto mettere nero su bianco che l’eventuale sua candidatura non è il capriccio dell’uomo che ha inventato il centrodestra, ma è quello che gli chiedono i suoi alleati. Passo indispensabile per andare avanti in una corsa che resta difficilissima. Ed è vero che il documento poi limato, aggiustato, addirittura affiancato da un altro preteso da Giorgia Meloni con cui si assicura che non si toccherà in senso proporzionale la legge elettorale, era stato nelle sue grandi linee già predisposto dagli sherpa. Ma lui stesso ha voluto sincerarsi che non si trattasse solo di una questione di forma e non di sostanza: «Io — ha detto chiaramente ai commensali — voglio sapere se avete davvero intenzione di sostenermi. Se avete dubbi, ditemelo. Non sono costretto a fare questo passo, non è un gioco».

Che i dubbi ci siano o meno, nessuno ha avuto la voglia o il coraggio di dirlo. Tutti, da Salvini a Meloni passando per Cesa, Lupi, Brugnaro, hanno detto sì. Che sono pronti a sostenerlo, «come ha fatto anche la sinistra candidando Prodi o D’Alema». Perché, è stato il nodo politico dell’incontro, la coalizione che ha la maggioranza relativa in Parlamento ha tutto il diritto di provare a portare al Colle un esponente della propria area.

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La novità però è che, per dirla con un big, ieri «finalmente Berlusconi è parso meno irragionevole». Ovvero consapevole della sfida difficilissima. Tanto che, incassato il sostegno dichiarato degli alleati, ha concluso: «Sappiate che se mi renderò conto che i voti non ci sono, sono pronto al passo indietro».

È troppo presto per capire quanto la sua intenzione di ritirarsi eventualmente dalla corsa sia reale o quanto sia tattica. Perché Berlusconi avrebbe ottenuto dagli alleati l’impegno a lavorare anche loro, non solo FI e non più con i modi folkloristici di Sgarbi, alla ricerca dei voti «soprattutto nel gruppo Misto», per arrivare a quei «50-70» che mancano per la sicurezza dell’elezione. Ma sa anche il Cavaliere, che avrebbe già «incontrato 28 parlamentari», che avere certezze è dura.

Dire che Salvini sia uscito da Villa Grande soddisfatto è sicuramente troppo. Probabilmente, non si aspettava il ritiro della candidatura da parte di Berlusconi. Ma certamente qualche numero, qualche rassicurazione in più se li sarebbe attesi, anche se quello che ha ascoltato non lo ha scoraggiato del tutto sulle possibilità del fondatore azzurro. Da giorni sente i suoi che gli disegnano scenari preoccupanti: «Il kingmaker diventa il Cavaliere», oppure «dopo una candidatura di bandiera, mezzo Parlamento se ne uscirà con il nome di Draghi. E noi come potremmo fare a dire di no?», o ancora peggio: «Berlusconi andrà avanti diritto a esplorare le sue possibilità. Poi, quando si renderà conto che i numeri non ci sono, via libera a Giuliano Amato». Disastro. Non un uomo del centrodestra, non uno di quelli che sono nella rosa di Salvini, un centrodestra che non riesce a esprimere l’uomo a cui, per i numeri, sente di avere diritto. Anche l’enfasi con cui nella nota finale si sottolinea l’unità del centrodestra, significa anche questo: Salvini pensa di aver almeno scongiurato le2 eventualità elencate, le sortite individuali di Berlusconi. Ma sa di avere molto da perdere nella partita.

Ed è vero che c’è un grande non detto, che oscilla tra timore e reverenza che ancora Berlusconi incute in tutti: che succede se alla fine ci si rende conto che i voti non ci sono o se l’ex premier viene bocciato? Perché di piano B, al vertice non si è parlato. Giorgia Meloni, che ha accennato al tema, non ha ricevuto risposte: «Noi dobbiamo preservare la coalizione, non cedere a tentazioni centriste che distruggerebbero il centrodestra, e ottenere comunque un presidente non ostile». Se il tentativo su Berlusconi fallisse, e se non ci fosse una rete di protezione già approntata, la strada — teme la leader di FdI e forse auspica più d’uno nel centrodestra, tanto che anche la visita di ieri di Gianni Letta a Palazzo Chigi viene vista con sospetto — potrebbe in effetti essere quella di un’operazione di marca centrista che porti Draghi al Quirinale e il governo in carica con qualcuno che vada bene a tutti, con una modifica della legge elettorale. Giovanni Toti avverte: «Se il centrodestra dovesse fallire sul Cavaliere, poi avrebbe difficoltà a far dialogare gli altri». E Osvaldo Napoli: «Le elezioni vanno costruite con il dialogo, non con il pallottoliere».

Discorsi che ancora Berlusconi non vuole fare, convinto che sarebbe folle scoprirsi ora e non quando avrà tutti gli elementi in mano. Perché solo allora, come dicono i suoi, deciderà e «non è un pazzo, non andrà allo sbaraglio».

15 gennaio 2022 (modifica il 15 gennaio 2022 | 09:57)

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Quirinale, Berlusconi è soddisfatto: ma se non ci saranno i voti è pronto al passo indietro – Corriere della Sera

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