Favole di sinistra e saggezza popolare – ilGiornale.it

Delle tante congetture usate in un certo mondo della sinistra per contrastare l’arrivo al Colle di Silvio Berlusconi una che davvero non sta né in cielo né in terra, al punto da capovolgere la verità, è quella che vede come conseguenza di una simile eventualità le elezioni. L’ho sentita partecipando al programma di Lucia Annunziata sulla Rai e ripetuta come un leit motiv sulla bocca di Enrico Letta. Non c’è bisogno neppure di un simulatore comportamentale per scoprire che è campata in aria, perché sarebbe l’apoteosi del «nonsense». Secondo questa tesi cosa farebbe Letta nel caso che il Cav diventasse Capo dello Stato? Darebbe un calcio in mezzo alle gambe a Draghi, cioè sfiducerebbe il Premier che addirittura avrebbe voluto portare sul Colle più alto. Una mossa del genere più che spiegarla all’opinione pubblica italiana, impresa ardua se non impossibile, il segretario del Pd dovrebbe raccontarla sul lettino di qualche psicologo. In fondo è la stessa ratio dei No Vax che per combattere il virus se la prendono con il vaccino. Ma tant’è, c’è chi, in preda ad una furia antiberlusconiana, riesce pure a sotterrare la logica. Del resto l’antiberlusconismo è un’ideologia dura a morire in certi mondi della sinistra. È sopravvissuta pure al Covid.

Solo che almeno in politica – nelle dispute come negli scontri più virulenti – non bisognerebbe mai dimenticare la ragione. E la ragione, semmai, prevede l’esatto contrario, che le elezioni anticipate potrebbero arrivare come effetto dell’elezione di Draghi al Quirinale. Il motivo è semplice ed è tutto riposto in questa domanda: è più difficile far cadere un governo in piena emergenza o formarne un altro? Onestà intellettuale non dovrebbe lasciar dubbi in proposito: l’attuale esecutivo dovrebbe solo andare avanti e, difficilmente, in un momento del genere qualcuno si potrebbe prendere la grande responsabilità di sfiduciarlo. Fare un nuovo governo è un’impresa, invece, ben più complessa. A cominciare dal compito dell’individuazione di un nuovo premier: un «tecnico», infatti, creerebbe una situazione inedita, perché avremmo tutti e due i vertici istituzionali del Paese in mano alla tecnocrazia. Non sarebbe davvero un bel vedere per la nostra democrazia. L’altra opzione, quella del premier «politico», sarebbe condizionata dalle elezioni che ci saranno a scadenza naturale tra un anno: perché Salvini dovrebbe accettare di andare al voto in un governo guidato da un Pd? E in fondo, anche se si tornasse alla vecchia maggioranza di Conte, perché i grillini dovrebbero accettare a Palazzo Chigi Letta, Franceschini o Guerini? O, viceversa, perché il Pd dovrebbe andare alle urne tra un anno con un esecutivo guidato da un grillino? Naturalmente, a questo mondo si può tutto, ma chi vuole evitare a tutti i costi le elezioni anticipate dovrebbe affidarsi ad uno dei proverbi più famosi tramandati dalla saggezza popolare: «Chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova…».

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