Lavoro, perché in Italia 1 occupato su 10 è povero e 1 su 4 ha un basso salario – Il Sole 24 ORE

Da un lato pesa la composizione del nucleo famigliare, perché un lavoratore con retribuzioni dignitose può trovarsi comunque in crisi in un contesto domestico dove rappresenta l’unica fonte di reddito (o, viceversa, un lavoratore con stipendi bassi può appoggiarsi alla rete di welfare familiare). Dall’altro la “sola” inconsistenza dei salari si somma alla difficoltà, all’impossibilità tout court, di lavorare a tempo pieno, fra il boom di contratti di part-time involontario o periodi di inattività che si intervallano fra un contratto a tempo (o atipico) e l’altro. «A trascinare verso la povertà è soprattutto la scarsa intensità lavorativa, fra formule di part time involontario e rapporti discontinui – spiega Andrea Garnero, economista Ocse – E non va dimenticato il fatto che ancora, in molte famiglie, entra un solo reddito».

L’aumento dell’instabilità del lavoro, si legge nella ricerca, è frutto «della debolezza della struttura economica italiana (e quindi la crescita di “lavoretti” a basso valore aggiunto)ma anche da cambiamenti strutturali, come un aumento del peso dei servizi. Più che nella manifattura, infatti, nei servizi i lavori possono essere spezzettati in brevi fasce orarie, in alcuni casi assegnando alcune attività a società esterne per il minimo di ore possibili».

La mancata risposta delle politiche pubbliche

Le misure dispiegate finora sembrano essere andate a vuoto, anche perché quasi sempre calibrate in soluzioni «indirette» come le misure per il Sud e l’occupazione femminile. In compenso anche una soluzione mirata all’aumento dei redditi, gli «80 euro» del governo Renzi, si è scontrato su troppi limiti: la misura, si legge nel rapporto, è basta «sul salario individuale, indipendentemente dal reddito familiare» e, in aggiunta, non è corrisposta a «chi ha un reddito talmente basso da risultare incapiente a fini fiscali. Nei fatti questa misura non è stata, dunque, molto efficace nel proteggere dal rischio della povertà lavorativa».

Bocciati pure gli sgravi fiscali sui salari pagati dalle imprese come premio di produttività, visto che vanno a vantaggio delle aziende già più «generose» nelle retribuzioni, mentre il reddito di cittadinanza ha offerto qualche spiraglio in più. Senza riuscire, comunque, a incidere davvero sulla crisi della povertà lavorativa: «Il reddito di cittadinanza ha giocato un ruolo senz’altro positivo nell’attenuare la povertà dei nuclei beneficiari – si legge nel rapporto – ma tale misura è essenzialmente una forma di reddito minimo, peraltro non sufficiente per portare le famiglie numerose al di sopra della soglia di povertà e limitata nell’affrontare un fenomeno complesso e sfaccettato come la povertà lavorativa».

Le 5 proposte contro la povertà lavorativa

La crisi, secondo gli autori, deve essere affrontata con una «molteplicità di strumenti». Il rapporto ne avanza cinque: la garanzia di un minimo salariale adeguato, da raggiungere con la sua istituzione per legge o l’estensione dei contratti collettivi; il rafforzamento della vigilanza documentale, per sorvegliare il rispetto dei vincoli minimi fissati; introduzione dei in-work benefit, le prestazioni di sostegno al reddito che ancora languono rispetto alla media europea; incentivo alla imprese a pagare salari adeguati e aumento della consapevolezza fra i lavoratori; la revisione dello stesso indicatore della in-work poverty adottato dalla Ue, ritenuto impreciso rispetto al suo stesso obiettivo fondante.

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