Metsola, von der Leyen, Lagarde. Tre donne guidano l’Europa, eppure non basta – Open

È un fatto storico, di cui probabilmente si parlerà a lungo: con l’elezione di Roberta Metsola alla guida del Parlamento europeo, l’Ue diventa la prima organizzazione federale a vedere donne in praticamente tutti i ruoli principali, con l’eccezione del Consiglio europeo guidato da Charles Michel. La prima è stata Christine Lagarde, arrivata alla guida della Bce subito dopo il “nostro” Mario Draghi, a novembre del 2019. Già una volta aveva scalzato un uomo in un importante incarico economico internazionale: nel 2011, dopo che Dominique Strauss Khan era stato travolto da uno scandalo a sfondo sessuale, fu lei a prendere il testimone per la guida del Fondo monetario internazionale. Un mese dopo, Ursula von der Leyen è diventata formalmente presidente della Commissione europea, anche se la scelta politica, e il voto decisivo, sono dell’estate precedente. Pure qui una prima volta e per di più con un alto significato politico, le cui conseguenze si sentono nelle istituzioni europee e nazionali ancora oggi: la “maggioranza Ursula”, che unisce non solo social democratici e conservatori ma anche i Cinque stelle italiani e il Pis polacco, è uno schema inedito fino a quel momento proprio perché tiene dentro una parte di quello che fino al 2019 veniva considerato il fronte populista, con l’obiettivo di contrapporsi alla destra più estrema, forte in parecchi paesi europei ed uscita con un importante risultato dall’ultima consultazione dei cittadini comunitari.

La nomina di Metsola

Ora è la volta di Roberta Metsola che arriva alla guida del parlamento europeo come esponente del partito conservatore maltese. A differenza di von der Lyen e Lagarde, Metsola è la prima a prendere l’incarico con il suo cognome e non con quello del marito, per dire di a che punto siamo sul cammino della parità tra i generi. Coi suoi 43 anni è anche la più giovane presidente che Strasburgo abbia mai avuto. Il risultato simbolico c’è, ma in questi traguardi di genere c’è da festeggiare fino ad un certo punto e dovrebbero mantenersi prudenti specie le appartenenti al fronte progressista. Sempre più spesso scegliere una donna è diventata una scorciatoia che rende apprezzata da tutti una nomina, con il sottinteso che l’area politica che almeno formalmente aveva imbracciato i temi delle parità di genere e sociali dovrebbe esserne contenta.

La realtà concreta invece è che il partito da cui proviene Matsola è su posizioni antiabortiste talmente estreme che buona parte del Parlamento ha accettato di nominarla solo dopo averne delimitato il perimetro d’azione, specie su questi argomenti. Il fatto che le tre figure che abbiamo citato appartengano tutte ad un’area moderata, con diverse sfumature, pone la questione più generale: davvero nel 2022 basta ancora dire “è una donna” per essere soddisfatte di una nomina? O forse bisognerebbe entrare nel merito di quello che queste donne dicono, fanno e propugnano, prima di dichiarare che un altro traguardo è stato tagliato? E infine, se siamo davvero così avanti nel percorso della parità, perché le nominate o leader di centrodestra non hanno problemi a impersonificare i valori moderati nel loro essere donne e “capi”, mentre quelle di centrosinistra hanno o incontrano molti più problemi?

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